Ex Ilva, un dramma nazionale: “A rischio 20mila posti di lavoro”

Se dovessero chiudere tutti gli stabilimenti di Arcelor Mittal in Italia, oltre ai 10.700 operai sarebbero a rischio anche i lavoratori degli appalti e dell'indotto. Una conseguenza nefasta, da unire alle ripercussioni finanziarie e sull'intero mercato dell'acciaio. Abbiamo fatto il punto della situazione insieme a Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom Cgil

Foto di repertorio

Come un fulmine a ciel sereno (o quasi), nella giornata di ieri Am InvestCo Italy, controllata da Arcelor Mittal, ha comunicato la volontà di rescindere il contratto d'affitto ed il successivo acquisto dei rami d'azienda di Ilva Spa e controllate. La società ha motivato la decisione di lasciare l'Italia facendo leva sulla caduta del cosiddetto scudo legale, facendo perno su una clausola presente nel contratto. Detto in parole povere, Arcelor Mittal considera inattuabile il piano industriale in assenza di tutele legali che evitino il rischio di responsabilità penali. La notizia, come si poteva immaginare, ha messo in allarme sia il Governo, di cui alcuni rappresentanti si sono riuniti prima al Mise e poi a Palazzo Chigi, sia i sindacati che hanno subito lanciato l'allarme per una situazione che rischia di avere delle conseguenze drammatiche sotto diversi punti di vista.

Ex Ilva, a rischio circa 20mila posti di lavoro

Una eventuale chiusura degli stabilimenti controllati da Mittal sul territorio italiano potrebbe avere delle terribili ripercussioni, in primo luogo sugli operai che vi lavorano. Ma quanti sono quelli che rischiano il posto? Per rispondere a questa e ad altre domande abbiamo contattato Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom Cgil e responsabile per il settore siderurgico: “La situazione è drammatica e non riguarda soltanto Taranto, ma anche tutti i rami d'azienda, quindi anche Cornigliano, Novi Ligure e altri piccoli stabilimenti presenti sul territorio italiano. L'impatto peggiore, se venisse confermato l'addio di Arcelor Mittal, sarebbe per i lavoratori. La cosa che non si dice spesso è che oltre ai 10.700 dipendenti diretti, vanno considerati a rischio anche quelli degli appalti e dell'indotto, con il numero dei lavoratori coinvolti che arriverebbe quasi a 20mila unità”. 

Ventimila persone e di conseguenza 20mila famiglie, che rischiano un destino tutt'altro che felice: “Prima lci sarebbe il ritorno in amministrazione straordinaria - spiega Venturi – poi si aprirebbe un percorso per individuare un nuovo gestore, strada molto complicata soprattutto per i tempi, altrimenti i lavoratori avrebbero un periodi di ammortizzatori sociali, prima di rimanere senza lavoro”. Un destino infausto che dovrà essere evitato.

Ex Ilva, le conseguenze economiche

Se l'impatto a livello occupazionale sarebbe drammatico, quello economico non sarebbe certo da meno. La perdita in caso di chiusura è stata quantificata intorno ai 24 miliardi di euro, pari all'1,4% del Pil italiano. Ma, come conferma anche il segretario Fiom Cgil, la reazione a catena andrebbe a stravolgere un intero mercato: “Una cosa che si sottolinea poco è che il danno non sarebbe esclusivamente finanziario e riferito alla produzione dell'acciaio, ma avrebbe una pesantissima ricaduta su tutti gli utilizzatori finali. Infatti – spiega Venturi – se chiudono Taranto e gli altri stabilimenti, tutti coloro che usano l'acciaio avrebbero il problema di approvvigionarsi all'estero, importando il materiale, senza contare il fatto che l'acciaio prodotto a Taranto con il ciclo intefrale ha un livello qualitativo superiore a quello realizzato con il forno elettrico”.

Ex Ilva, il comportamento di Arcelor Mittal del Governo

Ma per quale motivo Arcelor Mittal ha preso questa decisione, proprio in questo momento? Non possiamo sapere se si tratti di una decisione definitiva o di una mossa negoziale, ma secondo il segretario Venturi siamo di fronte ad “un comportamento inaccettabile”: “Arcelor Mittal non scopre oggi cose che si sanno da mesi. Sia la rimozione dello scudo penale che la questione del ciclo del mercato dell'acciaio in congiuntura negativa, sono fattori che sono sotto gli occhi di tutti da molto tempo, ma che adesso sembrano utilizzati per enfatizzare il dato e forzare così una chiave di lettura.

Conte: "Questione Ilva è priorità, tutelare occupazione e ambiente"

Ma un dato congiunturale e non strutturale non basta per modificare i vincoli presenti nell'accordo firmato nel settembre 2018”. Ma, come nella maggior parte delle storie, le colpe non sono soltanto da una parte: “Anche il Governo in questa situazione ha le sue colpe, considerando che in questi mesi ha avuto un atteggiamento contraddittorio. Se qualcuno pensa che Mittal voglia usare le tutele legali come alibi per lasciare l'Italia e fuggire dagli impegni presi, a maggior ragione il governo dovrebbe evitare di fornire alibi. Invece, oltre le regole generali presenti al momento della stipula del contratto, il 14 settembre 2018 sono state apportate delle modifiche che hanno rafforzato le ragioni e i casi nei quali Arcelor Mittal avrebbe potuto rivendicare il diritto di recesso. L'errore fatto dall'esecutivo sta in questo andamento ondeggiante e contraddittorio: prima ha inserito le tutele legali, poi le ha tolte, poi le ha inserite nuovamente con delle modifiche ed infine le ha tolte del tutto. Il Paese ha bisogno di un perimetro legislativo ben chiaro, che dia certezze a chi vuole investire, soprattutto quando in gioco ci sono grandi capitali”.

Ex Ilva, cosa si può fare per evitare la chiusura

Con un quadro del genere, va senza dubbio scongiurata la chiusura degli stabilimenti che, come sottolineato in precedenza, avrebbe conseguenze nefaste sia dal punto di vista occupazionale che finanziario. Ma come si può scongiurare questo destino?

“Noi – prosegue Venturi – continuiamo a dire che l'accordo di settembre 2018, che ha scommesso sul fatto che sia possibile produrre acciaio in termini ecosostenibili, debba essere rispettato da tutte le parti. Se vogliamo che Mittal faccia un passo indietro, il Governo deve trovare il modo di rassicurare gli investitori”. 

Una delle strade alternative per salvare gli stabilimenti ex Ilva sarebbe un'eventuale entrata in gioco di uno o più gruppi interessati a subentrare ad Arcelor Mittal. Un'ipotesi che, secondo il segretario nazionale Fiom Cgil Gianni Venturi, al momento è difficilmente percorribile: “Considerando che è passato meno di un anno dall'acquisizione da parte di Mittal, una faccenda molto complessa che ha avuto notevoli ricadute sulle decisioni operative. In questo momento nessuno può dire se esiste un altro soggetto disponibile a dare continuità produttiva, ma se il Governo continua a dire che il settore dell'acciaio è strategico per il modello di sviluppo del Paese, bisogna che si passi dai proclami ai fatti. Se c'è una condizione di rischio bisogna intervenire e porre le condizioni per rilevare l'attività, valutando tutte le opzioni possibili, anche la rinazionalizzazione dell'acciaio”.

Ex Ilva, il connubio tra piano industriale e piano ambientale

Considerando che Arcelor Mittal ha motivato la sua decisione di andare via dall'Italia con l'impossibilità di rispettare allo stesso modo il piano industriale e quello ambientale, abbiamo chiesto a segretario Venturi, che si occupa del settore siderurgico, se sia possibile trovare il giusto connubio tra i due piani, per poterli rispettare entrambi senza perdere in produttività e danneggiare l'ambiente: “In giro per l'Europa siamo pieni di esempi di stabilimenti i cui si produce l'acciaio in termini ecosostenibili. Il tema è essenzialmente relativo agli investimenti e alla capacità di orientarli. Se gli obiettivi del piano ambientale assunti lo scorso settembre e quelli del piano industriale, corrispondenti a quei vincoli, vengono rispettati, si va in una direzione di equilibrio. E' vero che siamo in ritardo, ma alcune cose sono già state fatte: ad esempio, la copertura dei parchi minerari di Taranto, che sta per essere ultimata, è una struttura che non esiste nel resto d'Europa. Discorso simile per le tecnologie utilizzate nel processo produttivo, come quelle relative alle emissioni di aria dei camini, che sono già sotto controllo, ma possono essere ridotte ulteriormente”. 

In attesa di capire cosa succederà nel vertice previsto per mercoledì 6 novembre tra Governo e Arcelor Mittal, i sindacati sembrano pronti ad organizzare uno sciopero: “Stamattina si è riunito il consiglio di fabbrica di Taranto – conclude Venturi – presto saremo in condizione di proclamare i livelli di mobilitazione tra tutti gli stabilimenti”. 

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