Cosa è la direttiva Ue sul copyright e perché può essere pericolosa. La posizione di Citynews

Le nuove norme, nate per tutelare editori e copyright, se scritte male possono sconvolgere la rete per come la conosciamo

Foto di repertorio

Google torna all'attacco della direttiva dell'Ue sul copyright, un documento approvato a Strasburgo lo scorso mese di settembre, ma con un testo non ancora definitivo, ma in via di approvazione nelle prossime settimane dopo un confronto a tre tra Parlamento, Consiglio e Commissione Europea (il c.d. Trilogo Europeo).

Secondo il gigante di Mountain View alcuni articoli della direttiva Ue mettono a rischio la pluralità dell'informazione, oltre al pericolo di vedere YouTube 'svuotato' di molti contenuti video, per non incappare i noie legali. Per dare voce alla sua protesta il motore di ricerca più utilizzato al mondo ha messo in piedi una  massiccia campagna informativa, 'occupando' anche alcune pagine di importanti quotidiani cartacei, titolando “Oggi più che mai è importante conoscere tutti i punti di vista su una notizia”.

Direttiva Ue sul copyright: i problemi con l'articolo 11

Ad accendere i timori di Google è soprattutto l'articolo 11 della direttiva Ue, con il gigante del web che prima di elencare le critiche nella sua campagna premette: “L’articolo 11 della nuova direttiva sul copyright dell’Unione europea mira a proteggere il lavoro della stampa. E questo è un obiettivo che condividiamo pienamente”. Ma allora quali sono i nodi ostici di questa norma? L'articolo 'della discordia' introduce la possibilità per gli editori di ricevere compensi “consoni ed equi” per l’utilizzo, anche parziale,  dei loro contenuti da parte dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione”.

Come chiarito nello stesso documento, questo principio riguarda soltanto le grandi piattaforme, ma secondo Google metterebbe a repentaglio la possibilità di leggere una notizia da diversi punti di vista: “Alcuni elementi di questa legislazione – scrive Google - potrebbero ridurre lo spettro e il numero di notizie che si trovano quando si cerca online. Serve una soluzione che consenta agli editori, piccoli e grandi, di scegliere liberamente e apertamente come i lettori possono accedere ai loro contenuti”.

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Infatti, il rischio paventato dai vertici di Mountain View è l'introduzione di licenze per i motori di ricerche potrebbe innescare un meccanismo che li costringa a dover selezionare quali contenuti includere e quali escludere, al contrario di quanto avviene adesso, con i motori che concedono spazio indistintamente a qualsiasi tipo di contenuto, sia che provenga da un grande network che da un piccolo sito. Un modo per consentire agli utenti di scoprire qualsiasi punto di vista sulla medesima notizia, dando 'voce' anche agli editori di nicchia, che con il sopraggiungere delle licenze potrebbero ritrovarsi limitati, con i livelli di traffico che andrebbero inevitabilmente a decrescere.

L'articolo 11 e il rischio boomerang

Ma per quale motivo la direttiva potrebbe svantaggiare soprattutto i piccoli editori? Con la possibilità di comprimere o limitare il numero di fonti di informazione sui motori di ricerca e gli aggregatori di notizie, c'è il rischio di un effetto boomerang. Il motivo è più che semplice: se Google o un altro soggetto deve pagare un equo compenso ad un editore per utilizzare un contenuto, a prescindere dalla rilevanza della fonte, è legittimo pensare che si scelga di pagare soltanto un ristretto numero di editori. Ovviamente, nel momento in cui ci sarà da scegliere quali editori pagare, è verosimile che a venir 'designati' siano i giornali più grandi e più letti. Per questo motivo è a rischio la pluralità dell'informazione, che mai come dopo l'avvento di internet è stata così libera e alla portata di tutti, con la nefasta ipotesi di un ritorno ad una editoria per pochi, meno libera e più soggetta alle influenze di economia e politica.

Direttiva Ue sul copyright: l'articolo 13 e Youtube

Oltre all'articolo 11, che riguarda soprattutto il mondo dell'editoria, nel mirino di Google è finito anche l'articolo 13, secondo cui “qualsiasi piattaforma digitale che ospita contenuti caricati online da terzi, incluso YouTube, sarà ritenuta responsabile, al momento del caricamento, di qualsiasi violazione del copyright”. Con l'entrata in vigore di questa norma molte piattaforme digitali, YouTube in primis, si troveranno costretta a bloccare una grande quantità di video per evitare ripercussioni legali.

Per rendere chiaro il concetto e le sue conseguenze, Google fa l'esempio di 'Despacito', una delle canzoni più conosciute e ballate al mondo, di cui ovviamente esiste più di un video su YouTube: “Questo brano il risultato di diverse parti distinte di copyright, dalla registrazione sonora ai diritti di pubblicazione. Sebbene YouTube abbia accordi di licenza con più entità, molti titolari di diritti sui contenuti rimangono sconosciuti. Una tale incertezza significa che potremmo dover bloccare video come questo per evitare di essere ritenuti responsabili ai sensi dell'articolo 13”.

I primi a 'pagare il conto' di questa norma saranno ovviamente gli utenti, che avranno a disposizione un bacino di filmati sempre più ridotto, ma secondo il colosso di Mountain View ci potrebbero essere ripercussioni ben più gravi: “Nella sua forma attuale, la versione della normativa proposta dal Parlamento europeo potrebbe mettere a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro, autori, aziende e artisti in Europa nonché tutte le persone che lavorano nel settore”.

La posizione di Citynews 

Abbiamo chiesto un commento a Luca Lani amministratore delegato del gruppo Citynews, editore di questa testata e di altri 47 quotidiani locali: “La normativa europea è sicuramente importante ed utile ma il legislatore deve capire che sta normando qualcosa di molto delicato e complesso. Internet è ormai alla base della nostra società e serve pertanto conoscenza  e moderazione, onde evitare di creaere un danno molto grande, facendoci cadere dalla padella nella brace”.

“In merito all'art.11 - prosegue Lani - crediamo che debba essere distinta nettamente la lista dei risultati del motore di ricerca tradizionale dagli aggregatori di news. Il motore di ricerca è ormai una infrastruttura cruciale per la nostra cività e dovrebbe avere attenzioni dal parte del legislatore ma non certo per censure o riduzioni o limiti. Non ha senso pensare che per essere dentro un motore di ricerca ci debba essere a monte un accordo tra il motore ed il gestore del sito:  le pagine sono miliardi e tutte devono essere presenti ed indicizzate. Al contrario un aggregatore di notizie, è un prodotto differente che ha contenuti solo da editori di news e pertanto è possibile e giusto che ci sia un accordo  tra chi fornisce notizie e chi le utilizza per fini commerciali. Ma non ha senso obbligare il motore ad una retrocessione economica giacchè l'accordo deve essere lasciato alle parti che possono accordarsi come meglio credono. Reputiamo pertanto che il legislatore debba cambiare la norma limitandola agli aggregatori di news  ed eliminando l'obbligo di retrocessione economica”.

Per quanto riguarda invece l'articolo 13 e gli effetti su YouTube e simili, per Luca Lani la via ideale sarebbe quella del 'giusto mezzo': “In merito all'art.13, se da una parte il legislatore europeo ha ragione nel difendere il copyright e nel ritenere le piattaforme responsabili, ci si deve rendere conto che una applicazione della norma come scritta vorrebbe dire azzerare tutto il contenuto prodotto dagli utenti. Una saggia via di mezzo potrebbe spingere ad una maggiore ed ulteriore co-responsabilità rispetto ad oggi da parte delle piattaforme, senza impedire a priori il caricamento che distruggerebbe  tutto l'user generated content”.

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