"No al sempre aperto, lavorare nei festivi non è un obbligo": i sindacati rilanciano

"Lavorare nel giorno di festa non è un obbligo" lo ricorda la Fisascat Cisl alla vigilia della Pasqua e delle festività del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno. Sindacati favorevoli all'apertura "massimo 12 domeniche all'anno". Il governo ha promesso di intervenire sul tema

Foto: Ansa (repertorio)

Un tema caldo, non certo da oggi. Lavorare nel giorno di festa non è un obbligo. Lo ricorda la Fisascat Cisl alla vigilia della Pasqua e delle festività del 25 aprile, del 1° maggio e del 2 giugno. Il sindacato ribadisce che "non c'è l'obbligatorietà alla prestazione festiva e che nessuna riduzione o trattenuta, secondo quanto previsto dalla contrattazione nazionale di settore, sarà operata sulla retribuzione ai lavoratori come conseguenza della mancata prestazione".

A tal proposito, diverse iniziative sono state organizzate a livello locale unitariamente dai sindacati di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs. I sindacati invitano i lavoratori all'astensione in Lombardia, Veneto, Piemonte, Alto Adige, Liguria e Marche mentre in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Puglia, Sardegna e Sicilia le tre sigle regionali hanno indetto una giornata di sciopero per la domenica di Pasqua e nelle festività di Pasquetta, 25 aprile e 1° maggio.

Aperture domenicali, il governo interverrà (ma non ci sono certezze)

Il governo ha promesso di intervenire a livello legislativo, sulla revisione della normativa sulle liberalizzazioni e sulla promozione della concorrenza e della competitività. La maggioranza tira dritto sul tema della regolamentazione delle aperture domenicali. In commissione attività produttive c'è la proposta di legge, a prima firma della leghista Barbara Saltamartini, che disciplina gli orari degli esercizi e limita le aperture nei giorni festivi alle sole domeniche del mese di dicembre oltre ad altre quattro domeniche o festività durante l’anno. Ma tutto è ancora in alto mare. C'è anche un ddl targato Pd, uno presentato da deputati M5s e una legge di iniziativa popolare . Il M5s “propone” di riportare “la competenza legislativa e la potestà regolamentare nel settore del commercio alle regioni e agli enti locali".

Nel mentre, la Fisascat Cisl rilancia la proposta unitaria presentata alla Camera dei deputati in occasione della audizione concessa sul tema degli orari di apertura degli esercizi commerciali.

La proposta: "Massimo 12 domeniche all'anno di apertura"

Al centro della proposta, fermo restando in linea di massima il no all'apertura nei giorni festivi, c'è "la possibilità di prevedere deroghe per un massimo di 12 domeniche all'anno, stabilite dalle Regioni con apposito decreto dirigenziale da emanare di intesa con gli Enti locali e sentito il parere delle associazioni imprenditoriali del commercio, dei consumatori e delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale".

Le tre sigle sindacali chiedono, invece, la chiusura nel corso delle 12 festività nazionali, civili e religiose del 1° gennaio, 6 gennaio, Pasqua e lunedì dell'Angelo, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 8, 25 e 26 dicembre durante le quali non deve essere inoltre prevista la possibilità di deroga.

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Sindacato: "Con liberalizzazione orari apertura solo più precariato"

"Ad oggi, nonostante i proclami di alcuni esponenti del governo, la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio al dettaglio e della grande distribuzione organizzata -ha dichiarato il segretario generale della Fisascat Cisl, Davide Guarini- non è cambiata. L'esperienza concreta della liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali ha ampiamente dimostrato che le misure varate dai governi che negli anni si sono succeduti non solo non hanno determinato un aumento dei consumi ma hanno invece contribuito sul piano occupazionale a una maggiore precarizzazione dei rapporti di lavoro, scardinando la contrattazione sull'organizzazione del lavoro costruita con le aziende, peggiorando le condizioni di lavoro e minando il faticoso equilibrio nella vita privata delle lavoratrici e dei lavoratori in un comparto ad occupazione prevalentemente femminile".

Il sindacalista ha posto l'accento sulla "necessità di attribuire un ruolo centrale alla concertazione tra Parti Sociali, Regioni e Comuni", essendo la disciplina degli orari strettamente legata alle esigenze del territorio come anche "sul ruolo della contrattazione di settore stipulata dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, in grado di definire una flessibilità contrattata e retribuita ad hoc". "D'altra parte non esiste il diritto all'acquisto - ha concluso il sindacalista - e anche le lavoratrici e i lavoratori del commercio, della distribuzione e dei servizi hanno diritto al riposo e a passare le festività con i propri cari".

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