Troppa pressione fiscale e rischio recessione: i punti deboli della manovra

Secondo Giuseppe Pisauro, presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, il testo aggiornato dopo  il confronto con Bruxelles nasconde alcune criticità: ecco quali sono 

Foto di repertorio

"Con la nuova versione della manovra abbiamo raggiunto il miglior risultato possibile sia dal punto di vista economico che politico": sono le parole convinte del ministro dell'Economia Giovanni Tria, eppure, secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio, il testo economico nasconde tra le sue righe diversi rischi, da non sottovalutare.

A lanciare l'allarme durante l'audizione nella commissione Bilancio della Camera è stato il presidente dell'Upb, Giuseppe Pisauro: "La stima di crescita per il 2019 contenuta nella manovra, aggiornata dal governo dopo il confronto con Bruxelles, è accettabile ma vanno segnalati notevoli rischi al ribasso".

La manovra, nella sua nuova versione, ha detto, "è comunque soggetta al rischio di una deviazione significativa rispetto a regole europee, inclusa la flessibilità per gli investimenti. Siamo sempre su crinale pericoloso". Con le modifiche introdotte dal governo alla manovra, frutto della trattativa con Bruxelles, ha assicurato, "la portata espansiva viene ridimensionata". Le variazioni introdotte nell'iter parlamentare, secondo il presidente, hanno "modificato la qualità della manovra determinando un'inversione di segno nell'effetto netto complessivo sulla spesa per investimenti e contributi agli investimenti nel 2019: da un aumento di circa 1,4 miliardi inizialmente previsto si passa a una riduzione di circa un miliardo".

Manovra, il rischio recessione

"Non vi è dubbio" che nel 2019 l'Italia corre il rischio di una recessione, ha avvertito e proseguito: "La possibilità c'è ma dire che già oggi siamo in recessione...". La manovra, ha aggiunto Pisauro, "è chiaramente recessiva nel 2020 e nel 2021", ma questo "lo dice anche il governo". La pressione fiscale salirà al 42,4% nel 2019, al 42,8% nel 2020 e al 42,5% nel 2021. Le previsioni per il biennio 2020 e 2021 non tengono conto delle clausole di salvaguardia, che da sole incidono per l'1,5% l'anno.

"Abbiamo provato a fare un calcolo semplice" ma, dando i numero così, "sembra una tombola", ha osservato. Il Pil reale nel 2019 crescerà dello 0,8%. La stima del governo presenta "uno scostamento di 0,2 punti percentuali più elevata", ha spiegato, rispetto a quella dell'Ufficio parlamentare di bilancio. La dinamica del Pil nominale è invece "coerente", ha affermato, spiegando che, come avvenuto in passato, l'Upb considera "accettabili i quadri con divergenze sulla crescita, ma allineati sulle dinamiche nominali". La previsione del Mef per il 2019, ha detto, è quindi "plausibile, pur presentando non trascurabili rischi di revisione al ribasso: tali rischi risultano amplificati se si considerano le previsioni per il 2020 e il 2021".

"Il conseguimento dei nuovi obiettivi programmatici di finanza pubblica è esposto a una serie di elementi di criticità", si legge nel documento consegnato in occasione dell'audizione. Il quadro di finanza pubblica per il 2019, sottolinea l'Upb, "presenta caratteri di transitorietà (per una serie di interventi una tantum)" e "di incertezza", come testimoniato dalla creazione di "un accantonamento di 2 miliardi a garanzia della tenuta del saldo".

Le variazioni introdotte nell'iter parlamentare, ricorda l'Ufficio, hanno modificato la qualità della manovra "determinando un'inversione di segno nell'effetto netto complessivo sulla spesa per investimenti e contributi agli investimenti nel 2019: da un aumento di circa 1,4 miliardi inizialmente previsto si passa a una riduzione di circa un miliardo".

Iva e clausole di salvaguardia

Il raggiungimento del rapporto deficit/Pil nel biennio 2020-21 "è interamente affidato alle clausole di salvaguardia su Iva e accise, già significative nel testo iniziale del ddl di bilancio e ora ulteriormente aumentate (23,1 miliardi per il 2020 e 28,8 per il 2021)", si osserva. In assenza delle clausole il deficit "salirebbe al 3% del Pil sia nel 2020 sia nel 2021", si legge. In pratica occorre segnalare "evidenti rischi sulla sostenibilità futura della finanza pubblica", conclude.

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