Il rinnovo che non c'è e il rischio precarietà: i medici minacciano nuovi scioperi

Camici bianchi ancora sul piede di guerra dopo lo sciopero dello scorso 23 novembre: “Il contratto è ancora al punto di partenza. Si rischia il declino della sanità pubblica”

Un momento del Sit-in di protesta dei medici contro la manovra all' esterno del palazzo della regione Campania, Napoli, 23 Novembre 2018 (FOTO ANSA)

Il deserto nelle sale operatorie e nei corridoi degli ospedali provocato dallo sciopero dei camici bianchi avvenuto lo scorso 23 novembre sembra non aver provocato alcun effetto. Nonostante l'alta partecipazione, tra l'80 e il 90%, le sigle sindacali di categoria sono ancora sul piede di guerra e minacciano nuovi scioperi se dal governo non dovesse arrivare una risposta concreta. 

“Il contratto dei medici e dirigenti sanitari è al punto di partenza. Senza soluzioni concrete, sono possibili nuovi scioperi”: una posizione chiara e decisa palesata in una nota unitaria sottoscritta da Anaao Assomed, Aaroi-Emac, Cimo, Fp Cgil medici e dirigenti Ssn, Fvm Federazione veterinari e medici, Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr), Cisl medici, Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials medici, Uil Fpl Coordinamento nazionale delle aree contrattuali medica, veterinaria sanitaria.

A finire nel mirino dei medici è stavolta Giulia Grillo, titolare del dicastero della Salute: “Il ministro che in occasione della giornata di astensione ha dichiarato di essere con i lavoratori della sanità, in ogni caso rischia una sconfitta politica se viene meno all'impegno, assunto a nome del Governo, ad ascoltare i medici per rimediare ai guasti che nel passato hanno esasperato le situazioni di disagio reale del Servizio sanitario nazionale. Si tratta di una promessa da non tradire se si vogliono evitare nuovi scioperi nelle prossime settimane”.

Cosa chiedono i medici

La lamentele dei camici bianchi vertono soprattutto sulla mancanza di provvedimenti arrivati dopo la mobilitazione: “Il 'The Day After' è una pagina vuota, ancora da scrivere, e le richieste delle organizzazioni sindacali della dirigenza medica e sanitaria appaiono perse nei meandri della burocrazia, degli incontri a 2 o a 3, nelle furbizie e negli opportunismi di vario genere e di varie parti”.

Con il risultato che “latitano ancora le condizioni necessarie per il rinnovo dopo 10 anni del contratto di lavoro, irrinunciabile strumento di governo, anche della spesa, e di innovazione dei modelli organizzativi, delle forme retributive, dei contenuti e delle tipologie di lavoro, capace di frenare la fuga dei medici e dei dirigenti sanitari dagli ospedali e di rendere questo lavoro di nuovo attrattivo per i giovani. La discussione della Legge di bilancio e dei provvedimenti collegati - incalzano i sindacati - procede senza che si intraveda il mantenimento degli impegni assunti con i medici e i cittadini fin dal Contratto di governo: un testo sacro per tutto, ma non per il capitolo salute”.

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La nota delle sigle prosegue evidenziando come la precarietà dei lavoratori sia rimasta nonostante l'attuazione del decreto Dignità: “Il maxiemendamento che include l'indennità di esclusività nella massa salariale dal 1 gennaio 2019  rischia di tradursi in beffa se, dopo avere dimenticato il rinnovo contrattuale in corso, la sua decorrenza non viene chiaramente ancorata al triennio contrattuale 2019-2021, essendo alto il rischio di un effetto ritardato alla tornata contrattuale 2022-2024 . E continua a ignorare il recupero della dinamica contrattuale che coinvolge la Ria (Retribuzione individuale di anzianità), forse la principale motivazione dello sciopero. In compenso, prova a destrutturare lo stato giuridico dei professionisti del Ssn, aprendo ai contratti privati con medici senza specializzazione e pensionati. Un inaccettabile processo di precarizzazione di ritorno dopo aver giurato e spergiurato sulla sua scomparsa con il decreto Dignità, l'assunzione da parte di Regioni e aziende di un ruolo di nuovo caporalato, che chiama al lavoro chi vuole e al costo che vuole, alla faccia della retorica dell'appartenenza”.

Il rischio declino

Il pericolo che si corre, secondo i camici bianchi, è di assistere al declino della sanità, soprattutto se si continua a percorrere la strada dei tagli: “Senza le auspicabili modifiche saremmo di fronte a un rimedio peggiore del male, una presa in giro, un danno presente e futuro, una frattura profonda tra le istituzioni e i professionisti del Ssn. Il declino della sanità pubblica, sottoposta a continui e pesanti tagli che già peggiorano gli indicatori di salute, rischia di essere senza ritorno se l'agenda politica del Governo non restituisce valore al suo capitale umano, oggi lasciato esposto alla delegittimazione sociale, alle aggressioni, a rischi legali sempre meno sostenibili a fronte di retribuzioni bloccate al 2010, all'incertezza del futuro per i giovani, al maltrattamento contrattuale e, ciliegina sulla torta, alla criminalizzazione e militarizzazione dell'attività libero professionale intramoenia. La quale, giova ricordare, è l'istituto più regolamentato di tutta la Pubblica amministrazione attraverso 3 leggi (Bindi, Turco, Balduzzi), 3 contratti di lavoro nazionali, 21 regolamenti regionali e centinaia aziendali”.

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“Per affossare un'attività che rappresenta un diritto dei medici e dirigenti sanitari e degli stessi cittadini, donne in particolare, cui garantisce la libera scelta di un professionista - osservano i sindacati - si mettono in campo carabinieri e Guardia di finanza come per le operazioni anti-mafia, per criminalizzarla e poterla trasferire alla sanità privata con l'intermediazione di fondi, mutue e assicurazioni, non avendo il coraggio di affrontare le vere cause delle liste d'attesa”.

L'appello al governo

Accordo sì, ma non al ribasso. Questo quello che le sigle dei medici chiedono al governo nella conclusione della nota: “Secondo noi continuare il gioco del cerino tra le Istituzioni vuol dire che le Regioni, con la complicità del Governo, non hanno alcuna intenzione di rinnovare il Ccnl della dirigenza sanitaria, se non a condizioni che legittimino il saccheggio dei fondi contrattuali, e di onorare gli obblighi datoriali, se non nella logica dei padroni delle ferriere, giocando sulla pelle dei cittadini e dei medici, visto che i disagi non li sopportano certo gli assessori. Da parte nostra rifiutiamo ogni ipotesi di scambio al massimo ribasso, figlia di una esegesi creativa di leggi e contratti, piegata alla volontà di coniugare il poco aggiunto a livello nazionale con il molto sottratto a livello aziendale, una mancia con un bottino”.

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