Monte dei Paschi, Mussari ed ex vertici Mps assolti nella sentenza d'appello

Ribaltata la sentenza di primo grado per gli ex amministratori della banca Monte dei Paschi di Siena: tutti assolti gli ex vertici della Banca Monte dei Paschi di Siena, per la ristrutturazione del derivato Alexandria

I giudici della corte d'appello di Firenze hanno assolto gli ex vertici di Banca Mps imputati nel filone che li vedeva indagati per il derivato Alexandria per "non aver commesso il fatto".

I tre imputati, l'ex presidente della banca Giuseppe Mussari, l'ex direttore generale Antonio Vigni e l'ex capo area finanza Gianluca Baldassarri, erano accusati di concorso in ostacolo alla vigilanza, relativamente alla omessa comunicazione a Banca d'Italia del contratto con i giapponesi di Nomura per la ristrutturazione del derivato Alexandria.

Ribaltata la sentenza emessa il 13 ottobre 2014 dal tribunale di Siena

In primo grado erano stati condannati, a Siena, a tre anni e sei mesi ed interdetti per cinque anni dai pubblici uffici. Il procuratore generale Vilfredo Marziani aveva chiesto sette anni per Mussari e sei per gli altri ex vertici della banca. Le difese avevano invece sostenuto con forza l'insussistenza del castello accusatorio. 

Mps, le tappe dello scandalo derivati

Al centro del dibattimento c'era il "Mandate agreement", l'accordo quadro che regolava la sostituzione del Cdo2 Alexandria (in rosso di 220 milioni) con la nota Aphex (valore 400 milioni) e cancellava le perdite in capo ad Alexandria. Perdite ribaltate sull'operazione di pronti contro termine strutturato sul Btp 2034 (3 miliardi).

Il Mandate fu ritrovato dal nuovo Ad di Mps, Fabrizio Viola, nella cassaforte dell'ex dg Vigni, nell'ottobre 2012. Il ritrovamento però non rappresenta, stando alla decisione odierna dei giudici, la prova di occultamento e dunque non concorre al reato di ostacolo alla funzione di Vigilanza di Bankitalia.

L'accusa aveva sostenuto che Bankitalia, ammessa come parte civile al processo, senza il Mandate non poteva avere la contezza del collegamento tra le due operazioni messe in piedi da Mps con Nomura. Operazioni che hanno poi portato a Milano, per competenza territoriale, all'avvio del processo per falso in bilancio, a carico a vario titolo di 13 persone fisiche, tra cui Mussari, Vigni e Baldassarri, quest'ultimo solo relativamente ad Alexandria.

Probabile che sia stata decisiva, nel corso del processo d'appello, la carta giocata dalle difese degli imputati che hanno fatto accludere agli atti, l'accusa si era opposta, il "Deed of Amendment". Si tratta di un documento che aveva gli stessi contenuti dell'accordo quadro (Mandate) e lo rendeva operativo. Documento visionato, secondo la tesi della difesa, anche dagli ispettori di Bankitalia. Dunque, secondo i difensori, all'azione della Vigilanza non era stato frapposto alcun ostacolo. Tesi accolta oggi dalla sentenza di appello che, nei fatti, derubrica il Mandate da pistola fumante a foglia di fico.

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Era l'agosto del 2011 quando l'ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari, in quel di Cortina Incontra tuonava contro i prodotti finanziari che avevano gonfiato i bilanci delle banche italiane

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