Chiuso per crisi | Viaggio nell'Italia dei piccoli negozi che rischiano di sparire

Il crollo del potere d'acquisto delle famiglie. Il calo dei consumi e la crescita del commercio online. La concorrenza spietata delle grandi catene e dei discount. Tra difficoltà oggettive e progetti di resistenza e rilancio, la nostra inchiesta sulla crisi di botteghe artigiane e piccole attività commerciali nel Belpaese

La scritta scaramantica "Fuck you recession" su una vetrina nel giorno dell'apertura della stagione di saldi a Napoli, dove però negozi deserti e vie dello shopping non affollate hanno caratterizzato la giornata. ANSA / CIRO FUSCO

Siamo stati a Como, a Roma, ad Alghero (Sassari), a Frosinone. E andiamo subito al punto: ad unire le storie che abbiamo raccolto, le voci che abbiamo ascoltato, c'è una sorta di filo rosso. La crisi dei piccoli negozi è un cancro che congiunge il Paese da nord a sud, senza far sconti a nessuno. Le difficoltà del commercio tradizionale sono generalizzate, sono strutturali. I piccoli soffrono, chiudono, spariscono, a Milano come a Caltanissetta. E quasi sempre per gli stessi motivi. Ma perché accade? Perché la crisi dei negozi storici è un trend inarrestabile? E ci sono ricette economiche e politiche per favorirne il rilancio?

Edicole, librerie indipendenti, salumerie, piccoli alimentari, macellerie, calzolai, erboristerie, pescherie, pelletterie. L'emorragia di attività di vicinato non si è fermata: complessivamente, nel 2017 hanno chiuso senza essere sostituite circa 10mila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, al ritmo di un negozio sparito ogni ora. Lo dice Confesercenti. Ancora più impietosa è l'analisi di Confcommercio: negli ultimi dieci anni i negozi sono calati di quasi 63mila unità (-10,9%) a fronte di un aumento di quasi 40mila unità (+13,1%) di alberghi, bar e ristoranti e di una crescita del 77,6% del commercio online o porta a porta. Nei centri storici di 120 città medio-grandi - ad esclusione di Roma, Napoli e Milano che non sono state inserite nell’analisi - la riduzione dei negozi è stata dell’11,9%. E sono spariti soprattutto negozi tradizionali, come quelli alimentari e dell'abbigliamento.

Perché i piccoli negozi chiudono?

"I piccoli negozi continuano a chiudere per un insieme di concause - racconta Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti -. La prima è legata al deciso calo del potere d'acquisto e dei consumi. La crisi, insomma, non è affatto finita. C'è poi una precisa responsabilità politica: aver liberalizzato gli orari di apertura anche domenicale in maniera indiscriminata ha senza dubbio favorito la grande distribuzione. Il commercio online ha dato il colpo di grazia, facendo soffrire le imprese più piccole". Il mutamento si riflette, inevitabilmente, anche sul tessuto urbano. Se le botteghe artigiane spariscono e i centri storici si svuotano, impoverendosi, sono le periferie ad ospitare le moderne e imponenti cattedrali del commercio.

"Sempre più saracinesche abbassate nelle vecchie e classiche vie commerciali - dice Bussoni - generano un effetto desertificazione, di depauperamento dei centri storici nelle nostre città. L'effetto centrifugo accentuato dai centri commerciali nelle periferie accresce l'abbandono e il degrado, oltre al consumo esasperato del suolo".

Chiuso per crisi, il nostro viaggio nell'Italia dei piccoli negozi che rischiano di sparire

Crisi dei piccoli: puntare su una tassazione diversa

Sì, ma piangersi addosso non porta a nulla. C'è una ricetta per favorire il rilancio dei piccoli? Le associazioni di categoria puntano su una diversa tassazione. Per Confcommercio bisogna introdurre la cedolare secca sulle locazioni commerciali e una local tax totalmente deducibile che comprenda Imu, Tasi e Tari. "Dopo la crisi il processo di desertificazione sta rallentando - dice il presidente Carlo Sangalli - ma difficilmente si tornerà alla vivibilità di una volta. Perciò le città devono essere rilanciate anche attraverso il commercio". "Per fermare l’avanzare della desertificazione commerciale occorre mettere in campo misure mirate al sostegno delle attività di vicinato in maggiore sofferenza - spiega Patrizia De Luise, Presidente nazionale di Confesercenti -. In particolare, ci pare doveroso estendere a tutte le tipologie il tax credit già introdotto dalla legge di bilancio a favore delle librerie indipendenti: un credito di imposta tra i 10 e i 20mila euro, da utilizzare in compensazione per far fronte a oneri fiscali (Imu, Tasi, Tari) e al pagamento del canone di locazione di esercizio dell’attività. L’auspicio è che il prossimo esecutivo faccia sua questa nostra proposta". La platea dei soggetti interessati sarebbe, ovviamente, più estesa rispetto alle sole librerie indipendenti, ma l’aggravio sarebbe comunque relativo: se fosse diretto ai piccoli - con un volume d’affari compreso fra i 45mila euro e i 150mila euro annui - si tratterebbe di circa 190mila operatori commerciali. E il limite di spesa per poter riconoscere un credito d’imposta analogo a quello accordato alle librerie dall’ultima legge di bilancio, si collocherebbe in poco meno di 260 milioni di euro annui, secondo Confesercenti. Una scelta in tale direzione andrebbe ben oltre l’ambito fiscale, che offrirebbe solo lo strumento per dare attuazione a un preciso indirizzo di politica economica e sociale.

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