Gli italiani non spendono più: ogni giorno chiudono più di 10 negozi

Consumi mai così male negli ultimi quattro anni: in crisi la storica rete italiana dei negozi di vicinato. Dal 2011 spariti oltre 13mila negozi di abbigliamento ma sono in contrazioni tutte le voci di spesa. E se aumentasse l'Iva sparirebbero 9.000 negozi. Sorride solo l'e-commerce: ogni 3 negozi specializzati che chiudono, nasce una nuova attività sulla Rete.

Gli italiani spendono meno di otto anni fa e la ripresa dei consumi -motore principale del nostro Pil- dopo una breve e debole ripartenza si avviano a registrare il peggior risultato degli ultimi quattro anni. Fuori dai dati il racconto del Paese è una "spoon river" di negozi che chiudono la saracinesca per non alzarla più.

Ne avevamo già parlato lo scorso anno, ma ora i dati confermano un trend agghiacciante: il calo della spesa per consumi, consistente e prolungato, ha mandato in crisi la storica rete italiana di negozi di vicinato e a soffrire di più sono il settore dell'abbigliamento e delle calzature.

Ahi, si (ri)ferma anche l'industria: boom per le ore di cassa integrazione straordinaria 

Secondo i dati di Confesercenti dal 2011 ad oggi sono spariti oltre 13mila negozi di abbigliamento e 3.300 di calzature. La spesa delle famiglie per il vestiario è scesa del 17,5% in otto anni, per un totale di quasi 8 miliardi di euro di spesa in meno. La quota di spesa dedicata al vestiario e alle calzature si attesta oggi al 4,4%, meno di un terzo del 13,6% registrato nel 1992, e che ci poneva -assieme al Giappone- al vertice della classifica mondiale.

L'austerity cancella il modello Italia

"La crisi e l'austerità sembrano aver cancellato il gene della moda dal Dna degli italiani -sottolinea Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti-. E anche le botteghe e i negozi di abbigliamento del nostro Paese, un tempo trampolino di lancio delle nuove tendenze mondiali, stanno via via scomparendo". "In parte il processo è dovuto senz'altro a motivi culturali -sottolinea De Luise-. Il concetto stesso di status symbol, che una volta includeva spesso e volentieri particolari capi di vestiario, anche importanti, sembra ormai essersi spostato su altri prodotti".

Gli italiani spendono meno di 8 anni fa

Nel 2018 la spesa media annuale in termini reali - cioè al netto dell'inflazione - delle famiglie italiane è stata di 28.251 euro, inferiore di 2.530 euro ai livelli del 2011 (-8,2%). Una cifra superiore ad un mese intero di acquisti da parte di una famiglia media e anche alla perdita effettiva di reddito (-1.990 euro) registrata nello stesso periodo.

Gli italiani spendono meno praticamente su tutto ad eccezione di sanità (+12,1%) e istruzione (+24,7%), ma la spending review delle famiglie ha tagliato soprattutto le spese per l'abitazione:

  • -1.100 euro circa all'anno per famiglia rispetto al 2011; 
  • -322 euro per alimentari;
  • -280 euro per l'abbigliamento;
  • -182 euro per ricreazione e spettacoli;
  • -164 euro per le comunicazioni;

Sì, gli italiani spendono di meno anche per gli smartphone, un tempo passione nazionale.

In particolare, nel 2018 le famiglie hanno speso in media 28mila euro, 2500 euro in meno del 2011, importo superiore anche alla effettiva perdita di reddito calcolata in circa 2mila euro. Come già avevamo sottolineato ieri -leggendo i dati Istat- le famiglie sono più povere ed impaurite tanto da tornare a fare le formiche come dimostrano l'aumento dei depositi nelle banche.

Il flop del reddito di cittadinanza

E il reddito di cittadinanza? Secondo Confesercenti il nuovo sussidio potrebber aiutare le famiglie portando ad un aumento della circolazione dei capitali, ma "se aumentasse l'Iva il beneficio si azzererebbe" mette in guardia la presidente De Luise.

"L'effetto della misura è più contenuto nel 2019 -sottolinea De Luise-, più incisivo nel 2020-21 e la spesa delle famiglie è prevista aumentare di un miliardo nel 2019 e di 6 miliardi nel biennio 2020-21. Si tratta si stime basate sulle previsioni ufficiali della numerosità di beneficiari del provvedimento".

"Ma nel caso in cui, come sembra dai primi dati, i richiedenti dovessero essere meno del previsto, gli effetti sui consumi sarebbero minori".

Con aumento Iva scompariranno 9mila negozi

E se il Governo non dovesse riuscire a scongiurare l'aumento dell'Iva? Un'eventuale aumento dell'imposta comporterebbe una una riduzione di 8,1 miliardi di euro della spesa delle famiglie nel 2020. La frenata dei consumi porterebbe, inoltre, alla scomparsa di altri 9.000 negozi circa da qui al 2020.

I negozi chiudono per sempre: -64mila in 10 anni 

"Abbiamo bisogno di regole chiare e di piú coraggio per ridurre il costo del lavoro e far ripartire le retribuzioni", ha commentato il presidente di Confesercenti, Patrizia De Luise, "abbiamo bisogno di mettere piú soldi nelle tasche di chi lavora, in particolare dei salari medi, quelli che hanno piú sofferto durante la crisi. Per questo siamo però convinti che quella del salario minimo sia la strada sbagliata da percorrere". Confesercenti propone, invece, "una flat tax sugli aumenti salariali al di sopra dei minimi contrattuali".

Come rilanciare i consumi

La detassazione degli aumenti salariali, secondo i commercianti, accompagnata al non aumento dell'Iva, permetterebbe nel 2020 il recupero di circa 9 miliardi di spesa delle famiglie, facendo finalmente ripartire il motore dei consumi e quindi la crescita.

"La via maestra per rilanciare i consumi delle famiglie è l'occupazione. I temi del lavoro devono essere al centro delle politiche di sviluppo del nostro Paese: abbiamo bisogno di regole chiare e di più coraggio per ridurre il costo del lavoro e far ripartire le retribuzioni".

"Diciamo dunque sì, con convinzione, alla proposta di una flat tax sugli aumenti salariali al di sopra dei minimi contrattuali" conclude la presidente di Confesercenti, Patrizia De Luise.

"I dati di Confesercenti sono sconfortanti e confermano quanto andiamo denunciando da anni. Se i consumi in termini nominali sono lievemente cresciuti, quelli reali sono ancora inferiori rispetto ai valori pre-crisi. Un fatto molto preoccupante, considerato che la spesa delle famiglie rappresenta il 60% del Pil -spiega Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori- Fino a che gli italiani continuano a stringere la cinghia non si potrà avere una crescita significativa, superiore agli zero virgola a cui purtroppo ci siamo orami abituati".

"Per questo la priorità del Governo dovrebbe essere il rilancio della capacità di spesa delle famiglie, in particolare di quel 50% di italiani che ancora fatica ad arrivare a fine mese. In tale contesto, il rialzo dell'Iva sarebbe letale".

"Altro che reddito di cittadinanza per riavviare i consumi, il M5S sta strutturalmente danneggiando l'intera filiera produttiva e distributiva con progetti ottocenteschi, come la chiusura festiva dei negozi, e con madornali errori di governo, come la mancata copertura per evitare il rialzo dell'Iva nel 2020" afferma il responsabile industria di Forza Italia, il deputato Maurizio Carrara. "Siamo ad un passo dal baratro economico".

Consumi al palo, sorride l'e-commerce

Se le piccole attività chiudono, c'è chi sorride: le imprese attive nel commercio via Internet, negli ultimi anni, hanno vissuto un autentico boom.

Nel 2018 sono 22.287, il 119,8% in più rispetto al 2011. Si diffondono a una velocità 12 volte superiore a quella dei nuovi ristoranti, 8 volte superiore a quella di nuove strutture per l'alloggio, 20 volte superiore a quella di nuovi negozi alimentari. E ogni 3 negozi specializzati che chiudono, nasce una nuova attività sulla Rete.

Come spiega il rapporto realizzato da Cer per Confesercenti gli imprenditori che si dedicano alla vendita via web sono anche più giovani della media. La caratteristica più rilevante del commercio via internet è infatti proprio l'età degli imprenditori, di quasi 10 anni inferiore alla media del commercio al dettaglio (39,7 anni contro 48,2), tanto che la quota di imprenditori con meno di 35 anni è il 28,4% (nel commercio al dettaglio è 14,9%), così come più alta è la quota per gli under 50. Rispetto al complesso del commercio al dettaglio, i mercanti digitali sono anche più spesso italiani (91,6% contro l'83,6% medio del settore) e uomini (69,6% contro 60,7%).

Chiuso per crisi | Viaggio nell'Italia dei piccoli negozi che rischiano di sparire 

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