La beffa a norma di legge: l'azienda chiede ai lavoratori ammalati di pagare le spese legali

Protagonisti di questa vicenda 21 ex dipendenti della Nuovo Pignone di Massa, che per anni hanno lavorato respirando amianto. Durante i vari processi è però cambiata la legge sulla compensazione delle spese legali e adesso queste 21 famiglie si trovano costrette a pagare oltre 90mila euro. Intanto sul web è partita una raccolta fondi

La Nuovo Pignone (Foto pubblicata sulla pagina della raccolta fondi GoFundMe)

Qualcuno si è ammalato, alcuni dovranno mettere mano al portafoglio. E' il caso degli ex dipendenti della Nuovo Pignone, un'azienda con sede a Massa, che dopo essere stati esposti per anni all'amianto avevano intrapreso una battaglia legale contro la multinazionale Baker Hughes (General Electrics company), un'azienda statunitense, tra le più grandi nel campo dei servizi petroliferi, che risulta essere proprietaria della Nuovo Pignone. A distanza di diversi anni dall'inizio delle cause, nel 2014 è arrivata la beffa per questi lavoratori: infatti, con l'introduzione delle novità all’articolo 92 del codice di procedura civile, i dipendenti hanno perso il privilegio processuale che gli permetteva di vedersi compensare le spese legali in caso di esito negativo. A causa di questa modifica adesso 21 lavoratori si trovano costretti a risarcire l'ex datore di lavoro per oltre 90mila euro. Un risarcimento che, ci teniamo a ricordarlo, è legittimo e a norma di legge. Ma se è tutto regolare perché tanto clamore? Per capirlo bisogna ripercorrere la storia dall'inizio. 

L'inizio della battaglia legale

Per circa 40 anni, gli ex dipendenti della Nuovo Pignone sono stati esposti a diversi agenti morbigeni: non soltanto l'amianto, ma anche fumi di saldatura, polveri di molatura e altri agenti chimici. Gli effetti non hanno tardato ad arrivare: di circa 700 dipendenti almeno il 2% sono deceduti o sono ancora ammalati di Mesotelioma Pleurico, una rara malattia le cui cause possono essere ricondotte all'esposizione agli agenti nocivi appena citati. Altri dipendenti sono stati colpiti da diverse patologie come Carcinomi Polmonari, BPCO (Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva), Fibrosi interstiziale e Placche Pleuriche. Per questo motivo tutti i dipendenti dell'ex Nuovo Pignone, insieme ai loro familiari nei casi di decesso, hanno fatto causa all'ex datore di lavoro per ottenere un risarcimento per questi danni subiti. 

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Così nel 2003 hanno il via i primi procedimenti, con i dipendenti 'forti' del cosiddetto 'favor' nei confronti del lavoratore, ossia una norma che nel codice di procedura civile prevedeva una compensazione delle spese del lavoratore. In parole povere voleva dire che ognuno paga la sua parte di spese legali, così da tutelare la parte più debole anche in caso di sconfitta. Ma nel 2014 cambia tutto: le novità introdotte nell'articolo 92, che miravano a diminuire le cause di lavoro, annullano la compensazione delle spese, dando l'estremo saluto al cosiddetto 'favor'. Cosa vuol dire? Che da quel momento in una causa si esce vincenti o perdenti, quindi chi perde paga e, con l'aggiornamento del tariffario,  paga anche di più. Per questo motivo gli ex dipendenti della Nuovo Pignone, che avevano iniziato questa odissea legale forti di quel vantaggio, si trovano condannati, quasi a sorpresa, dalla Corte di Cassazione, a pagare spese legali all'ex datore di lavoro, per una cifra superiore ai 90mila euro. Il tutto nonostante esista una sentenza delle Corte Costituzionale del 2018 che dichiara l'incostituzionalità parziale per i lavoratori dell'articolo introdotto nel 2014. 

Il danno biologico e il danno morale

Per capire qualcosa di più su questo caso molto singolare abbiamo chiesto lumi a Nicoletta Cervia, l'avvocato che ha seguito la storia processuale degli ex dipendenti della Nuovo Pignone: ''Esiste una perizia ambientale durata per diversi anni che accerta che la presenza di amianto all'interno dello stabilimento era estremamente pesante. Dal punto di vista del danno biologico la responsabilità del datore di lavoro non è mai stata messa in discussione. Nonostante il consulente medico del tribunale avesse ritenuto alcune malattie non riconducibili alla presenza di amianto o di altri agenti nello stabilimento, il vero problema inizia quando tutti i dipendenti hanno fatto richiesta per il cosiddetto danno 'da paura'''.

Di cosa si tratta? Non è altro che una sorta di danno morale provocato dalla paura di lavorare o di aver lavorato, in un luogo in cui diversi dipendenti si sono ammalati o addirittura sono morti in seguito a patologie provocate da ciò che veniva respirato nello stabilimento. Quindi, oltre al danno biologico, le richieste dell'avvocato Cervia facevano riferimento anche a questo tipo di danno.

 “Poi – continua il legale – in primo grado i magistrati di Massa si sono divisi in due tendenze: uno riconosceva il danno da paura e l'altro lo negava. Sono arrivate anche delle sentenze in cui questo tipo di danno veniva riconosciuto ai dipendenti, con tanto di risarcimento di circa 16mila euro. Sentenze che poi la Nuovo Pignone ha impugnato, con la Corte d'appello che ha cominciato a riformare queste sentenze, dicendo che non c'erano le prove che potesse confermare il danno da paura''.

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Negli anni successivi questo principio è stato applicato sia dalla Corte d'appello che dalla Corte di Cassazione, con i dipendenti che quindi non si sono visti riconoscere il risarcimento richiesto per il 'danno da paura'. Da qui arriviamo al 2014, con l'addio alla compensazione delle spese sancito dalle modifiche all'articolo 92 della procedura civile, con la Cassazione che condanna gli ex dipendenti a pagare le spese legali. 

Il rischio esecuzione forzata e la campagna di crowdfunding

In questo modo  21 ex dipendenti, ormai tutti in pensione, e le famiglie di chi non c'è più, si trovano costretti a reperire i suddetti 95mila euro, circa 4mila euro a testa che non tutti sono in grado di pagare. Per questo motivo è stata lanciata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma GoFundMe per aiutare questi ex dipendenti 'cornuti e mazziati', che in caso di mancato pagamento rischiano un'esecuzione forzata, con il pericolo che vengano 'attaccati' i loro averi, dagli immobili agli assegni della pensione, come confermato dall'avvocato Cervia: “Nuovo Pignone ha mandato una mail in cui minaccia di procedere con il recupero forzoso in caso di mancato adempimento spontaneo''. Adesso questi ex dipendenti, beffati in tribunale, hanno chiesto aiuto alla solidarietà del web con una raccolta fondi intitolata 'Davide contro Golia', un modo per riuscire a superare, almeno in parte, questa beffa a norma di legge.

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