Pensioni, l'assegno solo a 73 anni con importo "al limite della sopravvivenza"

Il combinato disposto del regime contributivo puro e della riforma Fornero rischia di gettare un'ombra oscura sulle pensioni di domani: penalizzato il lavoro povero e discontinuo visto che la legge esclude anche qualsiasi 'integrazione' al minimo

Allarme Cgil sulle pensioni: uno studio del sindacato di Corso Italia fa il punto sul combinato disposto della riforma del regime contributivo puro - entrato in vigore nel 1996 - e le norme della riforma Fornero. L'esito è una forte penalizzazione del lavoro povero e discontinuo.

In pensione a 73 anni o 69 anni

I 40enni precari di oggi alle prese con impieghi part time poveri e saltuari, rischiano, in assenza di un impiego stabile e duraturo, di andare in pensione non prima dei 73 anni con un assegno al limite della sopravvivenza, visto che la legge esclude anche qualsiasi 'integrazione' al minimo.

Chi vorrà andare in pensione a 69 anni invece, con importi comunque appena sopra agli attuali 687 euro, dovrà lavorare almeno 20 anni, full time, e percepire non meno di 15mila euro l'anno.

Sempre secondo lo studio Cgil una colf che ha iniziato a lavorare nel 2014 a 30anni con un reddito medio sotto gli 8 mila euro l'anno, andrà in pensione non prima del 2057, a 73 anni, dopo 43 anni di lavoro con un assegno intorno ai 265 euro al mese

Pensioni, qui lo studio della Cgil

pensioni dal 2035-2

Nota bene: l’analisi ipotizza, dal 2018 in poi, una crescita reale annua del PIL dell'1% e un tasso di inflazione del 2%

Tuttavia le simulazioni evidenziano che in realtà il problema nell’attuale sistema è più marcato per chi dovesse avere una carriera svantaggiata, cioè caratterizzata da buchi contributivi, bassi salari o attività lavorative che hanno aliquote contributive basse o inferiori al Fondo lavoratori dipendenti. Infatti, proprio nei casi citati vi è il rischio di ritrovarsi con un montante molto basso e quindi con un assegno di pensione che non raggiunge i limiti soglia posti in particolare dalla Riforma Fornero del 2011 (2,8 volte o 1,5 volte l’assegno sociale) e quindi costretti ad accedere al pensionamento di vecchiaia oltre i 70 anni (requisito incrementato dell’incremento dell’attesa di vita).

Ricordiamo come già in seguito alla relazione annuale del presidente dell'Inps Tridico il segretario della Cgil Maurizio Landini aveva duramente attaccato: "C'è l'esigenza di una riforma previdenziale che superi davvero la legge Fornero".

Nel dossier presentato dall'istituto di previdenza si metteva in evidenza come nel giro dei prossimi quarant'anni la popolazione complessiva italiana passerà dagli attuali 60 milioni di residenti a circa 46 milioni (come peraltro già indicato dalle stime istat) e se le economiche indicano il persistere nei prossimi trimestri di un trend sul filo tra stagnazione e recessione, tutto ciò peserà sui conti dell'inps.

Pertanto il presidente dell'Istituto di previdenza, Pasquale Tridico aveva rilanciato la proposta di creare un fondo integrativo targato Inps. Una forma di previdenza complementare pubblica gestita dall'Inps, volontaria e alternativa alle forme complementari private che posssa "garantire una prudente gestione dei fondi"

"È curioso che il maggior ente di previdenza europeo non abbia un proprio fondo integrativo pubblico. Nel 2018 i fondi pensione gestivano risorse per 167,1 miliardi, pari al 9,5% del Pil molti dei quali investiti all'estero".

La proposta dell'economista già candidato ministro M5s, ha trovato l'opposizione del sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon che oggi ha chiarito: "Non condivido l'idea di un fondo di previdenza integrativo pubblico. L'Inps è giusto che faccia bene il suo lavoro sul primo pilastro, su quello complementare, invece, si può verificare come possa essere incentivato".

Durigon contestualmente ha annunciato che nei prossimi giorni le parti sociali saranno convocate per discutere la riforma complessiva della previdenza. "Vogliamo fare insieme ai sindacati la riforma previdenziale. Ho la delega sulle pensioni e se di Maio non convoca andrò assolutamente avanti con il tavolo sulla previdenza nonostante guadagni 13 mila euro al mese'' risponde ironizzando.

pensioni allarme cgil-2

L’iniziativa è stata introdotta dal segretario confederale della Cgil, Giuseppe Massafra e da una relazione del segretario confederale Roberto Ghiselli (ascolta). Il professore della Sapienza, Michele Raitano ha presentato un’analisi e delle proiezioni sulle pensioni future (ascolta). A seguire gli interventi dello studente Jacopo Buffolo, di una giovane lavoratrice Nidil Cgil Mazzuferi Naomi e di Raffaele Atti, segretario nazionale dello Spi Cgil (ascolta).

Nella seconda parte della giornata si è tenuta la tavola rotonda ‘Quale riforma per garantire un futuro previdenziale ai giovani?’ che è stata condotta da Giorgio Pogliotti, giornalista del ‘Sole 24 ore’ e alla quale hanno partecipato, oltre al segretario generale della Cgil, Maurizio Landini (ascolta), il sottosegretario al Lavoro, Claudio DurigonTommaso Nannicini della Commissione Lavoro del Senato e Renata Polverini, Commissione Lavoro della Camera (ascolta).

Non è un Paese per giovani di oggi né per i pensionati di domani

Alla luce di queste tendenze secondo gli studi presentati si può ipotizzare che la platea dei futuri pensionati si incanalerà lungo i seguenti percorsi:

  • quei lavoratori che, in possesso di basse competenze di base e di specializzazione formativa hanno avuto carriere professionali ‘povere’ (bassi salari, professioni e mansioni poco qualificate) e magari discontinue e quindi si ritroveranno con versamenti contributivi irrisori rispetto alla possibilità di vivere una vita dignitosa da pensionato;
  • un’ampia zona grigia di lavoratori con percorsi professionali accidentati, penalizzati da un’offerta che non valorizza né sul piano della mansione né sul piano del compenso le competenze acquisite attraverso percorsi di studio e di formazione di respiro non breve, e che quindi vedranno depauperato nelle modeste esperienze lavorative realizzate e nella corrispondente pensione maturata quel bagaglio di saperi che pure avrebbero potuto mettere a disposizione;
  • quei lavoratori che, garantiti da un titolo di studio elevato, saranno riusciti a costruire carriere più stabili e di maggiore contenuto professionale e che quindi potranno contare su una maggiore e migliore capacità contributiva.

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