Pensioni tra "quote" e falsi miti: come cambierà l'assegno mensile

In pensione in anticipo e anche con lavoratori discontinui, pensioni a mille euro e 'gender gap pensionistico': domande e risposte sulla prossima riforma delle pensioni

Come cambieranno le pensioni? Per rispondere davvero a questa domanda dovremo aspettare settembre, la data ipotizzata dal ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, per avere una proposta concreta per la riforma delle pensioni.

Il sistema previdenziale potrà cambiare in base alle disponibilità di cassa e gli stanziamenti della legge di bilancio, ma già è chiaro che con il rallentamento dell'economia evidenziato dagli ultimi dati sarà corta la coperta per dare le tutte le risposte attese. L'impegno dell'esecutivo è quello di aumentare la possibilità di uscire in anticipo dal mondo del lavoro, assicurare una pensione ai lavoratori discontinui e un trattamento previdenziale di garanzia per i più giovani.

Ma attualmente ogni ipotesi su eventuali "quote" sono solo oggetto di studio. Giusto quindi andare a chiarire alcuni falsi miti e luoghi comuni sulle pensioni che vanno spopolando.

Pensioni a mille euro

Tra i luoghi comuni che riguardano le pensioni c'è quello sull'assegno pensionistico che quantificherebbe come inferiore ai mille euro al mese l'importo di oltre la metà delle pensioni.

Tutto nasce dal metodo impropriamente più diffuso che divide il monte pensioni per il numero delle prestazioni, e non per il numero dei pensionati.

I dati raccolti dal Casellario centrale dei pensionati Inps ed elaborati dal Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali mostrano come nel 2018, su un totale di 22.785.711 prestazioni erogate, quelle di importo fino a una volta il minimo (507,42 euro mensili) sono poco meno di 7,9 milioni, ma i pensionati che poi ricevono effettivamente un reddito pensionistico fino a una volta il minimo sono circa 2,3 milioni su 16 milioni di pensionati totali. Anche alla successiva classe di importo (da 507,43 euro a 1.014,84 euro lordi mensili) appartengono circa 6,99 milioni di prestazioni, ma ne beneficiano solo 4,15 milioni di pensionati.

Il fenomeno dipende dal fatto che un soggetto può essere beneficiario di più prestazioni (ad esempio, una pensione di importo medio-alto e uno o più trattamenti più bassi come un'indennità di accompagnamento o una pensione di reversibilità) che si cumulano tra loro, facendo sì che il pensionato si collochi in una classe di reddito più elevata rispetto a quella più bassa in cui si erano posizionate le singole prestazioni o pensioni. Dal rapporto tra numero di prestazioni su pensionati emerge infatti che, in media, ogni pensionato percepisce 1,424 pensioni, quasi una pensione e mezza per ciascun pensionato. Nel dettaglio, nel 2018 il 67,2% dei pensionati percepisce 1 prestazione, il 24,8% dei pensionati percepisce 2 prestazioni, il 6,7% 3 prestazioni e l'1,3% 4 o più prestazioni.

Rimane tuttavia un problema, quello del 40% dei pensionati ha redditi pensionistici inferiori a 1.014,84 euro lordi al mese

"È certamente vero - spiega Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali - che le singole prestazioni sotto i mille euro sono circa 14,9 milioni, pari al 65,4% delle pensioni in pagamento, ma i pensionati che le ricevono sono circa 6,4 milioni, ovvero il 40,8% del totale pensionati, peraltro quasi tutti con pensioni in tutto o in parte assistenziali, ossia senza contribuzione o integrate al minimo.

"Si tratta quindi di soggetti che nella loro vita attiva hanno versato pochi o zero contributi (e parallelamente poche o nessuna imposta) e che sono a carico della collettività".

Le pensioni femminili sono più basse

Tra i luoghi comuni che riguardano le pensioni c'è quello sul gender gap, ovvero sul fatto che le donne ricevono, in media, assegni di gran lunga più bassi rispetto a quelli degli uomini.  

I dati per quanto riguarda il cosiddetto 'gender gap pensionistico', mostrano come nel 2018 le donne rappresentano il 52,2% dei pensionati, ma percepiscono il 44,1% dell'importo lordo complessivamente pagato per le pensioni: sul totale delle prestazioni erogate, il reddito pensionistico annuo delle donne è pari a 11.550 euro mentre quello degli uomini arriva a 19.307 euro.

Affermare dunque - fa notare Brambilla nel Settimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano - in modo non analitico ma con elementare operazione di divisione, che le donne ricevono una prestazione di gran lunga minore rispetto agli uomini è sì corretto dal punto di vista formale ma non da quello sostanziale.

Questa situazione riflette l'andamento del mercato del lavoro italiano, se si guardano i redditi pensionistici complessivi delle donne e degli uomini, comprensivi delle prestazioni assistenziali, di invalidità e di quelle ai superstiti, le donne recuperano il gap previdenziale che si riduce a 5.976 euro annui.

Occorre, quindi, migliorare oggi la condizione lavorativa femminile, anche tramite servizi all'infanzia che riducano la discontinuità del lavoro, per superare in futuro questo gap previdenziale tra i generi.

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"L'errore più grave - aggiunge - riguarda la comunicazione di questi dati scorretti, che scatena una serie di reazioni negative dal punto di vista sia della disuguaglianza percepita tra i tanti pensionati che ricevono un assegno basso e i pochi che stanno bene, sia del senso di sfiducia che genera nei giovani, i quali potrebbero lecitamente chiedersi con quale scopo versare i contributi se poi le prestazioni che riceveranno saranno così basse".

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