Qual è il vero problema con le pensioni

I baby pensionati ci costano più di quota 100. La madre di tutte le leggi suicide? Fu introdotta nel 1973 e consentiva agli statali di ritirarsi dal lavoro dopo 20 anni

Foto d'archivio

Lo abbiamo scritto più volte: per spesa pensionistica in Europa l'Italia è seconda solo alla Grecia. Non è vero dunque che spendiamo poco in previdenza. Il problema è che il nostro sistema ha delle storture. A gravare sulle casse previdenziali non sono tanto le pensioni d'oro (come tanti italiani sembrano pensare), ma le così dette baby pensioni e più in generale quei trattamenti non adeguatamente finanziati con i contributi. 

La durata media delle pensioni

Secondo una recente stima del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, all'1 gennaio 2018 risultano in pagamento presso l'Inps più di 750mila prestazioni pensionistiche liquidate da oltre 37 anni, vale a dire erogate a donne e uomini andati in pensione nel 1980, o anche prima.  Si tratta di tanti soldi se pensiamo che, secondo Itinerari previdenziali, le pensioni "dovrebbero durare in media 25 anni”. Ma secondo lo studio, la durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa 38 anni per i dipendenti del settore privato e di 41 anni per i lavoratori e 41,5 per le lavoratrici nel caso del settore pubblico.

Nel dettaglio, stiamo pagando ancora oggi più di 680mila prestazioni fruite da lavoratori dipendenti e autonomi (artigiani, commercianti e agricoli), di cui 546.726 erogate a donne e 136.666 a uomini; per i pubblici, il conto ammonta invece a 74.980 prestazioni, di cui 49.510 liquidate a pensionate di sesso femminile e 25.470 a pensionati uomini.

Per ridurre le anomalie serviranno ancora molti anni

Secondo Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, "se con la riforma Monti-Fornero si è poi passati a un’eccessiva rigidità, è altrettanto vero che tra il 1965 e il 1990 si è persa la correlazione tra contributi e prestazioni, adottando requisiti di enorme favore". La "cura" non è semplice e nemmeno immediata: per ridurre le anomalie che gravano sul nostro sistema previdenziale ci vorranno ancora diversi anni.

La legge che introdusse le baby pensioni

Le colpe di questi squilibri sono ovviamente da ricercare nelle leggi suicide (dal punto di vista dei conti pubblici, ovviamente) approvate nella prima Repubblica. Leggi come quella introdotta dal governo Rumor nel 1973, con un decreto del presidente della Repubblica, all’epoca Giovanni Leone, votato da maggioranza e opposizione. La nuova legge garantiva l’accesso alla pensione con 20 anni di contributi (sì, avete letto bene) ai dipendenti statali e con 25 anni ai dipendenti degli enti locali.

L’età della contribuzione scendeva poi a 14 anni e 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate con figli. Secondo alcuni studi, il costo delle pensioni baby negli ultimi 40 anni assommava nel 2012 a 150 miliardi di euro. Ma ancora oggi continuiamo a pagare il prezzo di quella (ed altre) leggi particolarmente favorevoli ai pensionati.

Le baby pensioni? Ci costano più di quota 100

Secondo l’Osservatorio Inps, una pensione su 10 è in vita da almeno 30 anni. E i costi sono molto elevati: il Sole 24 Ore stima in 7,5 miliardi di euro l’esborso per le casse dello Stato di questi trattamenti previdenziali. In sostanza le baby pensioni ci costano di più della quota 100.  Anche per Federcontribuenti  il problema principale che oggi grava sulle casse previdenziali è costituito da quelle baby pensioni che durato da ben 37, 38 anni e che non sono state sufficientemente finanziate". Il motivo è presto detto: 

"Attualmente 3.806.297 pensionati, il 24% della platea, riceve un assegno non congruo con quanto versato, quindi qualche taglio potrebbe trovare una giustificazione".

Secondo Federcontribuenti "dobbiamo imparare ad essere pragmatici sui temi di interesse collettivo e basilari per il futuro del Paese. Non siamo per un taglio alle pensioni lineare, ma analitico. Dobbiamo ricalcolare tutte le pensioni che vanno dal 1980 alla legge Fornero per il bene delle future generazioni''.

I numeri dell'Inps

Il trend comunque si sta invertendo. I dati resi noti oggi dall'Inps registrano una frenata dovuta sopratutto all'aumento del requisito dell'età previsto per le donne scattato nel corso dell'anno a 66 anni e 7 mesi. Così tra gennaio e settembre sono state liquidate quasi 350mila pensioni rispetto alle 454mila calcolate nel 2017. Il calo più evidente quello tra i dipendenti pubblici per i quali le pensioni liquidate nei primi 9 mesi dell'anno passano dalle 239mila a 197mila.

Pensioni: quota 100 valida solo per il 2019?

A che età si può andare in pensione con la normativa attuale

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(Foto Ansa Centimetri)

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Commenti (1)

  • Più che giusto. Chi ha beneficiato di condizioni di favore sino ad ora, non può pretendere di continuare. Per tutti la pensione in base a quanto versato.

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