Pensioni, Quota 100 "spacca-conti": la riforma potrebbe costarci cara

La misura è considerata intoccabile, ma restano i dubbi sulla sostenibilità a lungo termine e il “peso” sui conti pubblici. Secondo l'ultimo studio della Ragioneria generale dello Stato, in 18 anni Quota 100 arriverà a costare 63 miliardi di euro

Con l'avvento del nuovo governo giallorosso le pensioni sono tornate un tema di grande attualità, con Quota 100, la riforma introdotta dal precedente esecutivo, che al netto delle dichiarazioni ufficiali potrebbe essere quantomeno soggetta a qualche modifica. Di Maio ha subito messo in chiaro che Reddito di cittadinanza e Quota 100 rimangono due misure intoccabili, una linea confermata dal nuovo ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, che non ha escluso qualche cambiamento, considerando i margini di miglioramento di questi due provvedimenti. Ma quali sono i problemi legati a Quota 100? L'ex ministro dell'Economia Padoan l'ha definita “dannosa”, in quanto a lungo andare potrebbe essere una misura in grado di indebolire le casse pubbliche ed i conti previdenziali. Ma non è l'unico a suonare questa “campana”.

Pensioni, quota 100 costerà 63 miliardi in 18 anni

A confermare per cui Quota 100 sarebbe una misura “spacca-conti” arriva l'ultimo studio della Ragioneria generale dello Stato sulle "tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario": nel giro di 18 anni, tra il 2019 e il 2036, l'introduzione di Quota 100 (almeno 62 anni di età e 38 anni di anzianità contributiva) potrebbe costare complessivamente circa 63 miliardi di euro.

"Il complesso delle misure contenute nel Dl 4/2019 convertito con legge 26/2019 e nella Legge di Bilancio 2019 incluse nello scenario a normativa vigente, in controtendenza rispetto al precedente processo di riforme - si legge nello studio-, producono nel periodo 2019-2036, ulteriori maggiori oneri pari in media a 0,2 punti di pil l'anno", ossia circa 63 miliardi di euro.

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Lo scostamento rispetto al livello di spesa pensionistica in rapporto al pil che sconta la legislazione immediatamente previgente, si sottolinea, "è particolarmente accentuato nei primi anni della proiezione. In particolare, nel biennio 2020-2021, in corrispondenza con il maggior ricorso al pensionamento anticipato da parte dei soggetti che maturano il requisito congiunto per il collocamento a riposo con almeno 62 anni di età e 38 anni di anzianità contributiva, la maggiore incidenza della spesa in rapporto al pil ammonta a 0,5 punti percentuali. Negli anni successivi, il profilo dei nuovi oneri pensionistici in rapporto al pil mostra un andamento decrescente. Lo scostamento rispetto al livello risultante sulla base della legislazione immediatamente previgente si azzera nel 2036".

Quota 100 "a tempo" e Reddito di Cittadinanza "da trasformare": verso la manovra Pd-5s

A partire dal 2037 e fino alla fine dell'orizzonte di previsione, si rileva, "l'incidenza della spesa pensionistica in rapporto al pil nello scenario a legislazione vigente risulta in media più bassa di circa 0,05 punti rispetto al livello previsto sulla base della legislazione immediatamente precedente. La motivazione risiede principalmente nel minor importo medio delle pensioni in pagamento dovuto all'anticipo del collocamento a riposo rispetto ai requisiti in vigore precedentemente".

Pensioni, con Quota 100 la spesa in rapporto al Pil salirà al 15,9% nel 2022

Ma senza andare troppo lontano nel tempo, già nei prossimi due anni il 'peso' della riforma sulle pensioni potrebbe far registrare un aumento. Se nel biennio 2017-18 la spesa pensionistica in rapporto al pil, in presenza di una crescita economica tornata ad essere leggermente positiva, è scesa al 15,3%, con l'introduzione di Quota 100, che prevede la possibilità in via sperimentale dal 2019 al 2021 di lasciare il lavoro e pensionarsi in presenza di un'anzianità contributiva di almeno 38 anni e di un'età anagrafica non inferiore a 62 anni, il rapporto tra spesa per pensioni e pil dovrebbe tornare a salire e raggiungere il picco del 15,9% nel 2022

La crescita del rapporto spesa/pil registrata nel biennio 2008-2009, vale a dire nella fase acuta della crisi economica, seppure con intensità minore, si legge nello studio, "prosegue anche nel quinquennio successivo, in ragione della dinamica del pil complessivamente negativa. La significativa riduzione dei livelli di produzione dovuta alla doppia recessione del 2008-09 e del 2011, ha modificato proporzionalmente il rapporto spesa/pil che nel 2013 si attesta su un valore più elevato di circa 2,6 punti percentuali rispetto al livello pre-crisi del 2007, passando dal 13,3% al 15,9%".

Successivamente, a partire dal 2015, rileva la Rgs, "la spesa pensionistica in rapporto al pil,in presenza di una crescita economica che torna ad essere leggermente positiva,flette gradualmente portandosi al 15,4%, nel 2016. Tale tendenza prosegue fino a raggiungere un minimo del 15,3% nel biennio 2017-2018". In fase di proiezione, sottolinea, "segue un triennio di rapida crescita del rapporto tra spesa pensionistica e pil dovuto al sensibile aumento del numero di soggetti che accedono al pensionamento anticipato in virtù dei recenti cambiamenti normativi introdotti con la legge 26/2019 secondo i quali, in via sperimentale, per coloro che maturano i requisiti nel periodo 2019-2021, è possibile lasciare il lavoro e pensionarsi in presenza di un'anzianità contributiva di almeno 38 anni e di un'età anagrafica non inferiore a 62 anni (cosiddetta 'Quota 100'). Prospettive di crescita economica molto contenute, unitamente a tali innovazioni normative, contribuiscono a far aumentare significativamente il rapporto tra spesa per pensioni e pil che raggiunge il picco del 15,9% nel 2022".

Pensioni e Quota 100, Cgil: "Dati non siano pretesto per interventi restrittivi"

''Le previsioni della Ragioneria generale dello Stato sulla spesa previdenziale italiana, come al solito secondo noi sovrastimate, non modificano un quadro complessivo che vedrà certamente nei prossimi anni un incremento della spesa, soprattutto per ragioni demografiche. Ciononostante il sistema è ampiamente in equilibrio e lo sarebbe ancor di più se si depurasse la spesa previdenziale da tutto ciò che previdenza non è''. Così in una nota il segretario confederale della Cgil nazionale, Roberto Ghiselli. ''E soprattutto - aggiunge il dirigente sindacale - non si possono prendere a pretesto questi dati per bloccare quota 100, che si sta dimostrando ampiamente sottoutilizzata rispetto alle previsioni, come ampiamente previsto dalla Cgil. O per fare altri interventi restrittivi sulla previdenza che, al contrario, necessita di una vera riforma che superi l'impianto della legge Fornero che il precedente Governo ha lasciato inalterata''.

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