Pensioni, lavoro e tasse: le distanze incolmabili tra M5s e Pd

Dalla Fornero al reddito di cittadinanza: e se il Pd decidesse di fare da stampella ad un esecutivo a 5 Stelle? I programmi dei due partiti sono molto diversi, ma c'è anche un problema di valori

Matteo Renzi e sullo sfondo Luigi Di Maio

Dal fisco alle pensioni: che cosa accadrebbe con un esecutivo guidato da Pd e 5 Stelle? L’ipotesi nelle ultime ore sembra più lontana, ma non è del tutto tramontata, come dimostra la lettera inviata a Repubblica da Di Maio letta da molti come un invito implicito rivolto ai dem per formare un governo insieme. 

Dal Nazareno - Emiliano e Boccia a parte - per ora la chiusura è netta, ma la situazione è in divenire e il partito in fibrillazione. Ma è davvero possibile un accordo tra Pd e 5 Stelle? E su quali basi? Se confrontiamo le proposte in campo scopriamo subito che M5s e Pd hanno poco da spartire. Certo si potrà obiettare che il Pd 'derenzizzato' (così ormai viene definito sui principali quotidiani) possa essere un partito diverso da quello conosciuto finora. E sia pure: ma quanto diverso?

Cominciamo da uno dei temi che a nostro avviso ha più influito sul risultato elettorale: quello delle pensioni. Il M5s, lo abbiamo detto più volte, vuole smantellare l’impianto della Fornero e tornare al vecchio sistema delle quote. Una sponda i pentastellati potrebbero trovarla in Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera, primo firmatario di una proposta di legge depositata nel 2015 per reintrodurre la così detta quota 100 come somma tra requisito anagrafico e quello contributivo. Unici paletti: 35 anni di contributi versati e un'età anagrafica non inferiore ai 62 anni. Damiano però è stato in questi anni un esponente della così detta minoranza e non è stato rieletto in Palamento: peraltro la sua linea non ha trovato granché seguito nel partito ed è improbabile che una simile proposta possa trovare d’accordo la maggioranza dei parlamentari.

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Ma non c’è solo la Fornero: il Pd sarebbe costretto a trattare anche su molti altri punti del programma. Sempre restando alle pensioni, i 5 Stelle promettono di portare le minime a 780 euro in linea con il reddito di cittadinanza, mentre nel programma del Pd non c’è traccia di nulla del genere. E il reddito di cittadinanza? È vero che anche il Pd ha introdotto la sua misura a sostegno della povertà (il reddito di inclusione), ma quest’ultimo prevede importi ed esborsi molto diversi. E poi non è solo una questione di conti. Il Pd a guida renziana ha sempre considerato il reddito di cittadinanza, così come altre proposte del M5s, puro assistenzialismo. Né ci risulta che il Pd di Bersani (quello della ditta) e neppure il Pd riformista di Veltroni abbiano fatto in passato proposte analoghe.

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E poi c’è il fisco: il M5s ha in mente una riforma dell’Irpef che prevede tre soli scaglioni di reddito finanziata per lo più con il riassorbimento del bonus di 80 euro in busta paga. In campagna elettorale il Pd ha invece insistito invece con il sistema di bonus e detrazioni destinate soprattutto alle famiglie. Sulle tasse forse un punto d’intesa si può trovare, ma il punto è un altro: il programma di 5 Stelle ha un costo enormemente più alto di quello del Pd che invece si è sempre proposto, fin dalla sua fondazione, come il partito della responsabilità e dei conti pubblici in ordine. 

Di nuovo: accettare un accordo con i 5 Stelle significherebbe rinnegare i propri valori fondativi - per quanto oggi minoritari nel Paese - ed inseguire i 5 Stelle sul loro terreno. Col rischio non indifferente di ritrovarsi col cerino in mano se le cose dovessero andare male.

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E poi ci sono altri temi non proprio secondari: sul lavoro il M5s intende stracciare il jobs act e ripristinare l’articolo 18 per le imprese sopra i 15 dipendenti. Sui migranti la posizione dei 5 Stelle non è molto diversa da quella della Lega: revisione dei trattati e rimpatrio di chi non è in regola. Proposte che la "sinistra del Pd", quella più vicina ai 5 Stelle, non potrebbe che accogliere con imbarazzo. E che dire del decreto Lorenzin sui vaccini che i 5 Stelle vorrebbero cancellare in toto? E poi c’è l’Europa: è vero che il M5s ha ormai abbandonato ogni velleità di uscire dall’euro, ma il Pd resta pur sempre il partito dell’Europa e, per citare Renzi, della "società aperta contro la società chiusa".

Secondo un sondaggio Ipsos il 29% dei cittadini italiani vedrebbe comunque di buon occhio un esecutivo guidato da Pd e M5s, mentre il 32%  preferirebbe un’alleanza tra Lega e 5 Stelle. Al momento quest'ultima resta però l'ipotesi meno probabile: un paradosso se pensiamo che invece i punti di contatto tra M5s e Lega sono invece ben più consistenti.  

sondaggio ipsos-3

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