Crolla la produzione industriale in Italia: -25% in sette anni

Ancora dati negativi sul fronte economico: la produzione dell'industria nel 2013 ha perso un ulteriore 5% per arrivare a circa -25% rispetto al 2007

ROMA - Non è un buon giovedì per l'Italia sul fronte dell'economia. Sono due le cattive notizie: il nodo dei conti (rapporto deficit-Pil da ridurre) e quello della produttività industriale.

In mattinata la Banca centrale europea ha messo in guardia il nostro Paese sugli obiettivi di bilancio: "Permangono rischi sul conseguimento degli obiettivi di deficit 2014", pari al 2,6 per cento del Pil, avverte l'istituzione monetaria nel suo ultimo bollettino mensile. Questo "specialmente a causa dell'andamento dell'economia peggiore del previsto", si legge. Per questo, prosegue la Bce, è importante che nella Penisola venga "ulteriormente rafforzata la posizione di bilancio", in modo da assicurare l'applicazione del Patto di Stabilità e di crescita riguardo alla riduzione del rapporto debito-Pil.

Poi è arrivata la doccia fredda del Rapporto della Commissione sulla competitività in Europa: l'industria italiana ha pagato un prezzo “enorme” a causa della crisi economica, sia in termini di produzione che di perdita di posti di lavoro. La produzione industriale è di circa il 25% al di sotto del livello pre-crisi, un crollo che ha colpito anche settori, come quello degli elettrodomestici, dell’auto e delle calzature, che sono stati a lungo la spina dorsale dell’industria italiana. Difficoltà a cui contribuiscono anche una produttività stagnante e prezzi dell’energia fra i più alti in Europa.

Nonostante il costo della crisi, si sottolinea nel rapporto, la manifattura italiana vale ancora il 15,5% del valore aggiunto, al di sopra della media Ue che si ferma al 15,1%. Inoltre il settore manifatturiero è una “fonte essenziale di innovazione e competitività”, che contribuisce per il 70% della spesa privata in ricerca e sviluppo e rappresenta quasi l’80% delle esportazioni. La produzione industriale sta vivendo una ripresa “lenta e irregolare”, trainata dalla fiducia delle imprese, migliorata sulla base della crescita degli ordini per le esportazioni. Ma dal 2011 la performance dell’export è stata “l’unica componente ad aver contribuito positivamente alla crescita”.

La produttività, si evidenzia nel rapporto dell’esecutivo di Bruxelles, è rimasta “sostanzialmente invariata, ampliando ulteriormente il divario con i principali concorrenti”. La crescita lenta della produttività “è in gran parte dovuta all’inefficienza nell’allocazione delle risorse”. E se il tasso di investimento in Italia è “paragonabile” a quello di altri Paesi dell’area dell’euro, il livello di efficienza del capitale è “più basso e in calo”. Il rapporto cita anche alcune recenti analisi, secondo cui “una delle cause della modesta crescita della produttività è che le riforme del mercato del lavoro si sono concentrate principalmente sulla flessibilità e hanno trascurato di affrontare le rigidità del meccanismo di determinazione dei salari”. Questo sta producendo “effetti perversi: dal 2000 i salari sono aumentati più in settori dove la produttività del lavoro è cresciuta di meno, e, nel breve termine, l’occupazione tende a muoversi verso settori in cui la produttività del lavoro sta aumentando di meno”.

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