Elezioni e pensioni, solo promesse a carico dei contribuenti (demagogia o incompetenza?)

Più soldi per tanti e meno tasse per tutti, ma sono solo bufale. Aumentare le pensioni o anche solo toccare la Riforma Fornero è impossibile a meno di non voler aumentare il debito pubblico o mettere le mani nelle tasche degli italiani. Ecco perché

Promettere è facile e in tanti cascano nella bufala elettorale che dopo il 4 marzo ci saranno più soldi per tanti e meno tasse per tutti. Inoltre le pensioni sono un argomento ad alta sensibilità sociale e vero nervo scoperto degli italiani: sono 16 milioni i pensionati in Italia, e ancor più i lavoratori che ci vorrebbero andare presto. A conti fatti, in totale, compresi i familiari, sono quasi 40 milioni (su 51 milioni di elettori) ad interessarsi al tema della previdenza e tutti i partiti in vista delle elezioni del 4 marzo hanno incentrato molto della propria campagna elettorale su pensioni e assistenza.

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Ma tra proclami e promesse risulta evidente come i programmi dei partiti siano troppo spesso scollati dalla realtà e manchino anche solo della semplice conoscenza del bilancio dello Stato: una demagogia così esasperata che va oltre l'incompetenza. A dirlo sono gli esperi del Centro Studi e Ricerche "Itinerari Previdenziali". Il presidente Alberto Brambilla, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera ha "smontato" pezzo per pezzo molte di quelle che risultano solo sparate elettorali. 

Un proclama comune a molti partiti è la demonizzazione dell'Europa e "dell'austerità imposta dalle regole comunitarie". Tradotto rifiutare le regole europee vuol dire poter ricorrere a manovre economiche in deficit, ovvero aumentare il debito pubblico. Un vero e proprio fardello che, con i suoi interessi mostruosi (quando ti prestano i soldi prima o poi vanno restituiti) è arrivato a pesare proprio in questi giorni 215 miliardi di euro. Imporre manovre finanziarie più esose di quanto lo Stato possa incassare con le entrate vorrebbe dire scaricare questo fardello sulle generazioni future bloccando miliardi di euro che sarebbero potuti essere stati investiti in politiche di sviluppo come avviene nella gran parte dei paesi europei.

Promesse elettorali, perché demonizzare l'Europa

Fatta questa premessa è bene vedere come la gran parte delle misure proposte per sostenere il reddito degli italiani abbiano scarse per non dire vaghe coperture. E come abbiamo visto, senza coperture, il finanziamento di queste misure non potrà avvenire se non gravando il Paese di maggior debito pubblico. 

Quanto costano le riforme promesse dai partiti

Movimento 5 stelle Centrodestra Centrosinistra
Costo delle proposte 103 miliardi tra taglio delle tasse (37 mld) e investimenti (65 mld) 136 miliardi (tagli alle tasse, più investimenti in sicurezza, più soldi per le pensioni) Tra 38 e 56 miliardi (assegno mensile per i figli a carico, più sussidi per contrastare la povertà, investimenti in grandi opere e meno tasse per le imprese)
Coperture individuate 39 miliardi tra maggiori entrate (22 mld) e tagli alle spese (16 mld) 82 miliardi tra maggiori entrate dalla lotta all'evasione (67 mld) e minori spese (15 mld) Non sono previste coperture sufficientemente definite
Elaborazione dai dati Osservatorio conti pubblici 64 miliardi di misure a deficit 54 miliardi di misure a deficit Giudizio sospeso

Secondo il conti del Centro Studi e Ricerche "Itinerari Previdenziali" il Reddito di Inserimento (Rei) approvato dal Governo ha un impatto sui conti pubblici di 7 miliardi su tre anni. Con il Reddito di Dignità e ancor più con il Reddito di cittadinanza (780 euro al mese) il conto sale ad oltre 20 miliardi l'anno, ma in questo caso sono strutturali. Attuare queste misure potrebbe portare ad un aumento delle tasse. Oltre alle coperture restano vaghi anche i controlli: nel 1998 fu l'allora ministro alla Solidarietà Sociale Livia Turco a introdurre un Reddito Minimo di Inclusione (RMI) salvo poi smantellaro già nel 2002 dopo una fase sperimentale in cui si vide, ad esempio, come nel comune calabrese di Isola Capo Rizzuto dei 1.800 i soggetti richiedenti (quasi la metà delle famiglie residenti) 800 finirono sotto inchiesta per truffa.

Elezioni, le promesse sulle pensioni

Nel 2016 l'Italia ha speso per pensioni, sanità e assistenza 452 miliardi su 830 miliardi di spesa pubblica totale: il 54,4% delle risorse vengono drenate dalle misure di assistenza e per circa 40 miliardi vengono finanziate ricorrendo ad un aumento del debito pubblico.

Tale spesa calcolata sulle entrate (788,5 miliardi) porta l’incidenza ad un valore superiore al 57 per cento, più alto di quello svedese patria del welfare state.

Reddito di cittadinanza, la ricetta dei 5Stelle alla prova degli esperti

Solo per l’assistenza di coloro che vengono considerati dalla statistica "indigenti", ed escludendo il Rei introdotto solo dal 1 gennaio 2018, nel 2016 l'Italia ha speso circa 100 miliardi: i beneficiari di queste misure di sostegno (pensioni e assegni sociali, invalidità, accompagnamento, pensioni di guerra, maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, 14° mensilità, social card) sono oltre 8 milioni, più della metà di tutti i pensionati.

Lo stesso presidente dell'Inps Tito Boeri ha escluso la possibilità di una revisione del sistema pensionistico introdotto della legge Fornero. Toccare l'età pensionabile porterebbe inevitabilmente ad uno scompenso nei conti tale da richiede inevitabilmente uno ritocco alla fiscalità: riformare la Fornero porterebbe a nuove tasse insomma.

Il taglio dei vitalizi tanto sbandierato, ma non realizzato, non potrà avere una validità retroattiva: tale norma è palesemente incostituzionale. 

Non solo: mettere mano alle cosiddette "pensioni d’oro" secondo il Centro Studi e Ricerche "Itinerari Previdenziali" porterebbe ad un aumento dei costi: "Una buona parte di questi pensionati d’oro, se gli venisse ricalcolata la pensione con il metodo contributivo, ci guadagnerebbe perché il retributivo già prevedeva decurtazioni nei coefficienti anche del 50%".

Pensioni minime a mille euro? Costerebbe 37 miliardi

L'aumento delle pensioni minime a 780 euro o addirittura a 1000 euro al mese porterebbe alla fine del nostro sistema previdenziale secondo il centro studi presieduto da Alberto Brambilla. Non solo questa promessa avrebbe un costo compreso tra i 20 e i 37 miliardi di euro ma anche un controsenso intrinseco: "se le pensioni minime venissero portate a 1.000 euro, nessuno verserebbe più contributi".

"Fatto uno stipendio medio di 1.900 euro lordi la pensione netta per un lavoratore dipendente arriva a malapena ai mille euro (ed è inferiore per autonomi e professionisti), quindi perché versare contributi se alla fine avrò i 1.000 € netti?"

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