Reddito di cittadinanza, per chi mente al Fisco scatta il sequestro immediato della card

Con una sentenza depositata ieri la Cassazione ha respinto il ricorso di due coniugi palermitani che si erano dichiarati disoccupati, nonostante lui lavorasse in un bar. Il caso

Foto di repertorio

"Il sequestro preventivo della carta reddito di cittadinanza, nel caso di false indicazioni od omissioni di informazioni dovute, anche parziali, da parte del richiedente, può essere disposto anche indipendentemente dall'accertamento dell'effettiva sussistenza delle condizioni per l'ammissione al beneficio".

Lo scrive la Corte di Cassazione che con una sentenza depositata ieri ha respinto il ricorso di due coniugi palermitani che per ottenere il rdc si erano dichiarati disoccupati nonostante lui lavorasse in un bar con un compenso di 180 euro a settimana. Secondo la Cassazione quando si mente al fisco il sequestro della card è sempre legittimo, anche se le entrate non superano i 9360 euro, soglia stabilita per accedere al beneficio economico.

Chiedono il reddito di cittadinanza, ma lui ha già un lavoro

Gli ermellini spiegano nella sentenza che "l'accertamento dello svolgimento di attività lavorativa da parte" dell’uomo era "derivato da appostamenti dei carabinieri presso il suo luogo di lavoro", un bar rosticceria di Palermo, dove l’uomo aveva cominciato a lavorare l’8 febbraio "ovvero lo stesso giorno in cui gli interessati avevano chiesto il rilascio della attestazione ISEE, poi effettivamente rilasciata il 12 febbraio 2019".

Tuttavia la domanda per accedere al reddito di cittadinanza (con relativa autodichiarazione) era stata presentata il 18 marzo, "senza che l'attività lavorativa, già in corso di svolgimento, fosse stata posta a conoscenza dell'amministrazione".

"Ammontare del reddito diminuito dagli indagati"

"Successivamente - si legge ancora nella sentenza - è stata prodotta un'attestazione relativa all'esistenza di un regolare rapporto di lavoro, sulla base di un contratto di durata semestrale, che contrasta con la prospettazione difensiva iniziale, secondo la quale l'attività lavorativa risultava svolta 'al nero'".

Non solo: tale attestazione secondo gli ermellini "appare giustificata dall'intento di limitare il reddito percepito a soli sei mesi e ad importo totale di euro 7200,00 in modo da collocarlo al di sotto della soglia di legge".  L’effettivo ammontare del reddito è stato dunque "prima taciuto e poi artificiosamente diminuito dagli indagati".

Sequestro della card a chi mente al Fisco: cosa dice la sentenza

Gli indizi riscontrati pertanto "giustificano il disposto sequestro della Carta Postamat, in vista di una revoca del beneficio". Infatti, nota la Corte, il legislatore ha previsto sanzioni penali proprio “allo scopo di evitare che il soggetto beneficiario del reddito di cittadinanza possa omettere di comunicare all'amministrazione l'esistenza di redditi percepiti al nero”.

La Cassazione rigetta l’argomentazione della difesa secondo cui "sarebbe dubbia l'esistenza di un obbligo di comunicare tale variazione di reddito non essendosi comunque verificato il superamento della soglia richiesta dalla legge". Per gli ermellini le norme sono chiare: la legge punisce chi omette "informazioni dovute e rilevanti ai fini della revoca o della riduzione del beneficio" e non è "lasciata al cittadino la scelta su cosa comunicare e cosa omettere".

Peraltro, si legge ancora nella sentenza depositata ieri, "la punibilità del reato di condotta si rapporta, ben oltre il pericolo di profitto ingiusto, al dovere di lealtà del cittadino verso le istituzioni dalle quali riceve un beneficio economico".

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