I centri per l'impiego non potranno reggere all'ondata dei "cercatori di reddito"

Per il reddito di cittadinanza si parla di una platea di 5,5 milioni di persone, caratterizzata da condizioni di povertà assoluta. Per il presidente dell'Anpal Del Conte "una dimensione difficile da trattare nei centri per l'impiego"

"I centri per l'impiego sono sottodimensionati sotto ogni punto di vista". Così Maurizio Del Conte, presidente dell'Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, intervenendo alla presentazione del Rapporto annuale Cnel sul mercato del lavoro e sulla contrattazione collettiva 2018.

Centri per l'impiego, odissea quotidiana

Il tema dei centri per l'impiego e del loro potenziamento è legato all'attuazione del reddito di cittadinanza. "Sicuramente -aggiunge Del Conte- un aiuto alla loro efficienza potrebbe venire dalle nuove tecnologie e da un sistema unico che metta in rete gli operatori. Ma è anche vero che qualunque rafforzamento dei centri per l'impiego non ha senso, se non si hanno chiari la funzione dei centri pubblici e il rapporto con gli altri soggetti coinvolti nelle politiche attive".

Alla presentazione del rapporto si è parlato anche della manodopera intermediata dai centri per l'impiego, attualmente assestata sulla bassissima percentuale del 2-3%. "Per il reddito di cittadinanza -ha spiegato Del Conte- si parla di una platea di 5,5 milioni di persone, caratterizzata da condizioni di povertà assoluta. Una dimensione difficile da trattare nei centri per l'impiego e che dovrebbe coinvolgere i servizi sociali".

"Quando poi si parla di nuove assunzioni per il personale dei centri per l'impiego, bisogna mettere sul tavolo dei numeri: chi si vuole assumere, quante persone, e come lo si vuol fare. È chiaro che non possiamo più immettere altro personale precario. Insomma, se le risorse ci sono, bisogna fare in modo che siano dedicate a un piano ben congegnato"

Ok il Reddito, ma il lavoro?

Se come ha ribadito oggi il ministro del lavoro Luigi Di Maio il reddito di cittadinanza è pensato come una misura a tempo, il punto focale per il governo sarà quello di incrementare il lavoro. Come spiega il Cnel negli ultimi anni la ripresa dell'economia ha creato sì molti posti di lavoro, recuperando i livelli pre-crisi, ma il volume di lavoro (cioè le ore lavorate) è ancora inferiore a quei livelli . Non solo: la crescita dell'occupazione ha aumentato differenze di genere e gli squilibri territoriali fra Nord e Sud del Paese, sono aumentati gli occupati con orari ridotti, sono aumentati i lavoratori part-time (soprattutto donne e spesso involontario). E la crescita del lavoro è 'polarizzata': da una parte sulle basse qualifiche, dall'altra sulle super-specializzazioni, mentre la disoccupazione rimane alta (10,6%), soprattutto tra i giovani (30,4%).

"Abbiamo perso lavoro nelle qualifiche intermedie -ha spiegato Claudio Lucifora, dell'Università Cattolica e consigliere Cnel, illustrando i dati- e comunque l'occupazione cresce di più sulle basse qualifiche che non sulle alte. Hanno creato posti settori come gli alberghi, la ristorazione, i trasporti. Tutti settori segnati da una forte stagionalità, cosa che ha spostato i nuovi contratti sul tempo determinato".

Una Italia di lavoratori poveri

Centro-impiego-2

Il problema del lavoro povero non sta solo nel dato dei bassi salari (e nell'erosione dei minimi dei ccnl), ma dipende da una serie di fattori congiunti: "Bassa intensità di lavoro (ossia meno ore lavorate), occupazione precaria -ha spiegato Lucifora- e poco qualificata, compressione costi-salari, concentrazione in settori (agricoltura, costruzioni e servizi: alloggio e ristorazione, servizi sociali e alle persone)".

Di fronte a questo scenario, quali politiche hanno la priorità? "Occorre capire se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto", ha sottolineato Paolo Sestito, economista della Banca d'Italia, che parte dal problema dei salari bassi.

"I mezzi di contrasto alla povertà sono anche altri come: facilitazione della mobilità territoriale, esercizio dei diritti di cittadinanza, riduzione dei vincoli di cura familiare che ostacolano l'accesso al lavoro".

Sbagliato, per Sestito, poi, "mettere i bastoni tra le ruote al lavoro a termine". "Sia il dl Poletti sia il Jobs Act -ha detto Sestito- sono stati efficaci: il primo maggiormente nelle imprese più piccole, il secondo in quelle più grandi".

"Oggi siamo di fronte a politiche che vanno nel senso opposto e staremo a vedere se miglioreranno il quadro. Qualche dubbio però viene: si vogliono limitare i contratti a termine e aumentare di molto i costi del licenziamento. La scommessa, giusta o sbaglia che la si giudichi, del governo precedente era ridurre i costi medi del licenziamento e ridurre l'incertezza per il datore e il lavoratore. Ora invece si aumentano i costi e l'incertezza".

Intanto tornando alla cifre del mondo del lavoro in Italia dal report sulle Comunicazioni Obbligatorie pubblicato oggi dal Ministero del Lavoro nel terzo trimestre 2018 aumentano le trasformazioni di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato.

lavoro italia 2018-2

Nel terzo trimestre del 2018 si registrano 2 milioni e 822 mila attivazioni di contratti di lavoro, al netto delle Trasformazioni a Tempo Indeterminato (da Tempo Determinato e da Apprendistato) in aumento di circa 42 mila attivazioni (pari a +1,5%) rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. Ad esse corrispondono circa 2 milioni e 187 mila lavoratori, in crescita di 35 mila unità (pari a +1,6%). Considerando anche le Trasformazioni a Tempo Indeterminato, pari a circa 173 mila, il numero complessivo di attivazioni di contratti di lavoro raggiunge circa 2 milioni 994 mila, in crescita del 3,4%, pari a 99 mila attivazioni in più rispetto al corrispondente periodo del 2017.

Le Trasformazioni a Tempo Indeterminato registrano una crescita del 48,6%, pari a +56,4 mila e sono costituite principalmente da trasformazioni da Tempo Determinato e, in misura minore, da trasformazioni da Apprendistato, in aumento rispettivamente di +55 mila, pari a +76,2% e di 1,4 mila, pari a +3,3%. La crescita percentuale delle attivazioni ha interessato esclusivamente il Nord (+5,8) e il Centro (+6%) con l'esclusione del Mezzogiorno (-1%), dove le attivazioni hanno subito un decremento rispetto al terzo trimestre del 2017, riconducibile alla sola componente femminile. L'incremento riguarda, inoltre, in misura maggiore gli uomini sia a livello nazionale (+5,5%, a fronte del +0,9% registrato per le donne) che considerando le ripartizioni geografiche. Il 69% del totale complessivo delle attivazioni è concentrato nel settore dei Servizi, per il quale si registra un aumento tendenziale pari al 2,9%. Per il settore dell'Industria, che assorbe il 14,4% delle attivazioni, il tasso di crescita è pari all'8%, nel cui ambito continua a crescere quello delle Costruzioni (+9,2%), in misura superiore rispetto all'Industria in senso stretto (+7,2%). Il settore dell'Agricoltura, infine, che pesa per il 16,6% delle attivazioni totali, fa registrare un incremento più contenuto, pari all'1,6%.

Le attivazioni dei contratti a Tempo Indeterminato, comprensive di circa 173 mila Trasformazioni (di cui circa 127 mila da Tempo Determinato e 45 mila da Apprendistato), determinano un complessivo flusso in entrata a Tempo Indeterminato pari a circa 565 mila, in crescita di oltre 67 mila attivazioni rispetto allo stesso periodo del 2017 (+13,4%), risultando superiore alle 495 mila cessazioni a Tempo Indeterminato (-6 mila). Alla crescita tendenziale dei contratti a Tempo Indeterminato osservata nel terzo trimestre del 2018 si associa un incremento delle attivazioni a Tempo Determinato (circa 14 mila, pari a +0,7%), di quelle relative all'Apprendistato (+7 mila, pari al +9,4%) e della tipologia contrattuale Altro (+5,0%) mentre calano, seppure in misura lieve, i contratti di Collaborazione (-0,6%). Nello stesso periodo la crescita tendenziale dei lavoratori attivati, così come quella dei rapporti di lavoro, risulta in misura percentuale superiore per i lavoratori ultra 55enni rispetto a quelli di età inferiore mentre il numero di attivazioni pro-capite resta stabile a quota 1,29 rispetto al terzo trimestre del 2017.

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Commenti (2)

  • per forza, lavorano 3 ore al giorno...

  • il tema è di una complessità immane che spero non voglia venire risolto in modo semplicistico al punto da peggiorare una situazione già molto critica

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