Reddito di cittadinanza solo per gli italiani? Di Maio non può farlo, lo dice la legge

Il vicepremier Luigi Di Maio non può negare ai migranti di accedere al reddito di cittadinanza. Il sovranismo del welfare configge infatti con numerose norme. Ecco perché la misura economica più cara al Movimento 5 stelle rischia di finire in tribunale

Il vicepremier Di Maio in una foto d'archivio. FOTO ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il reddito di cittadinanza sarà contenuto nella prossima legge di bilancio 2019 che il governo sta preparando. Lo ha assicurato lo stesso vicepremier Luigi Di Maio che ha anche confermato come l'assegno di sussidio andrà solo agli italiani, peccato che sia impossibile. Lo spiega Dario Prestigiacomo su EuropaToday mettendo anche in evidenza come già più volte in passato si sia tentato - in Italia come nella Ue - di escludere gli stranieri dalle prestazioni sociali nazionali.

Perché il reddito di cittadinanza non può andare solo agli italiani

A mettere un argine alle tendenze sovranistiche nell'ambito del welfare ci avevano pensato già i legislatori europei, ma anche in Italia sono la legge lascia pochi spazi alle discriminazioni basate sulla cittadinanza. L'associazione per gli studi giuridici Asgi ha messo in fila le sentenze che aprono agli stranieri d'Italia non solo il reddito di cittadinanza, ma anche gli assegni per nuclei familiari numerosi: per accedervi infatti non è necessario un permesso di soggiorno, ma secondo la Corte Costituzionale il diritto vale anche per i richiedenti asilo.

"I titolari di protezione sussidiaria “hanno diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino italiano in materia di assistenza sociale e sanitaria” e tale parità è effettivamente riconosciuta dall’ordinamento italiano per tutte le prestazioni." 

Ordinanza n. 95 del 4 maggio 2017 della Corte Costituzionale

Una questione come ricorda l'asgi - peraltro completamente ignorata sia dai Comuni sia dall’INPS.

Reddito di cittadinanza, le ultime notizie

Qualora il reddito di cittadinanza andasse fosse approvato dal Consiglio dei Ministri e poi dal Parlamento, ci si potrebbe trovare di fronte ad una vera e propria battaglia legale combattuta nei tribunali amministrativi e in corte costituzionale con dibattimenti in punta di diritto. I ricorrenti infatti si potrebbero inoltre appellare alla Corte Europea dei diritti dell'uomo poiché la misura allo studio del governo Conte confliggerebbe anche contro la legge europea.

Secondo l'articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue "l’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali". La direttiva 43 del 2000 e il Regolamento sul coordinamento dei regimi di sicurezza sociale del 2004 inoltre chiariscono che le misure del welfare - come il reddito di cittadinanza appunto - si applicano "ai cittadini di uno Stato membro, agli apolidi e ai rifugiati residenti in uno Stato membro che sono o sono stati soggetti alla legislazione di uno o più Stati membri, nonché ai loro familiari e superstiti".

L’art. 4 rubricato "parità di trattamento", sancisce il divieto di discriminazione nelle prestazioni sociali per il cittadino comunitario che si sposti da uno Stato all’altro, all’interno dell’Unione. Ancora un altro regolamento comunitario allarga la platea degli assistiti potenziali anche ai cittadini extra-Ue non rifugiati e ai familiari ricongiunti.

Come ricorda Europa Today l'impostazione è stata confermata da varie sentenze. Ad esempio fa scuola il caso di un ente pubblico di assistenza sociale di Norimberga.

Due cittadini greci erano stati esclusi dall'assistenza: uno aveva chiesto un'integrazione al reddito per via del basso salario, un altro aveva ottenuto un'indennità di disoccupazione per coprire il periodo in cui cercava lavoro. Le mo­tivazioni ad­dotte dall’ente tedesco si basavano essenzialmente sulla circostanza che la perdita dello status di lavoratori da parte dei ricorrenti e il superamento della durata massima del diritto di soggiorno consentissero l’annullamento del beneficio agli aiuti so­ciali.

Dopo una non troppo lunga controversia legale, i due cittadini greci hanno avuto la meglio: la Corte di giustizia Ue ha dato loro ragione. 

Una "paga minima" per tutti: dopo il reddito arriva il salario di cittadinanza

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