Stipendi, più pagati e più soddisfatti? Non è proprio così

Una busta paga inadeguata rende il dipendente demotivato, ma non sempre un aumento salariale corrisponde ad un maggiore impegno. Dalla fiducia alla meritocrazia, i fattori in gioco sono diversi: ecco in anteprima i principali risultati del Salary Satisfaction 2019

Foto di repertorio

Ok lo stipendio è giusto, ma per pochi. Se esistesse questa versione dello storico gioco a premi condotto da Iva Zanicchi, non sarebbero molti i lavoratori soddisfatti di quanto prendono a fine mese. Anzi, nel panorama salariale italiano, sembra che le parole soddisfazione e stipendio vadano in direzioni opposte, almeno per alcune categorie lavorative.

Maggior stipendio = maggiore motivazione? Non proprio...

Ma se una paga inadeguata rende un dipendente poco motivato, la vera notizia è un'altra: non sempre un aumento di stipendio si traduce in una maggiore motivazione e impegno da parte del lavorante. A svelarlo sono i dati contenuti nel Salary Satisfaction 2019, uno studio realizzato in collaborazione da JobPricing e Spring Professional, sulla soddisfazione dei lavoratori italiani nei confronti del loro pacchetto retributivo. L'analisi, di cui alcuni insight sono stati condivisi in anteprima con Today, mette in evidenza due fenomeni, uno più che ovvio, l'altro tutt'altro che scontato. Il primo conferma che la retribuzione è un fattore importante per un dipendente e nei casi in cui questa venga percepita come inadeguata in confronto alle funzioni svolte, provoca un senso di demotivazione più che plausibile. Ma se questa è una verità che non avrebbe bisogno di studi approfonditi per essere confermata, la vera curiosità è un'altra: non sempre l'aumento di stipendio va di pari passo con la motivazione, ergo, non è detto che l'impegno cresca con più soldi in busta paga.

Un risultato inaspettato, frutto di una ricerca effettuata su oltre 2mila lavoratori dipendenti attraverso un questionario online, che poneva l'attenzione su sei dimensioni: 

  1. equità (sono pagato il giusto rispetto al mio ruolo e rispetto agli altri); 
  2. competitività (sono pagato in linea col mio valore di mercato); 
  3. performance (sono pagato in proporzione al mio contributo individuale); 
  4. trasparenza (capisco e ho chiari i criteri di politica retributiva del mio datore di lavoro); 
  5. meritocrazia (le ricompense vanno davvero a chi se le merita) 
  6. fiducia e comprensione (condivido i criteri di gestione delle retribuzioni della mia azienda).

Stipendi, lavoratori italiani insoddisfatti

Lo studio di JobPricing e Spring Professional mette in evidenza come la maggior parte dei lavoratori italiani non siano soddisfatti della loro retribuzione. Soltanto il 41% ha dato un giudizio di soddisfazione e soltanto un misero 3,4% si è detto pienamente soddisfatto. Il resto ovviamente si trova dall'altra parte della barricata, con un 20,6% (un lavoratore su cinque) che dichiara l'estremo opposto, ossia una totale insoddisfazione nei confronti del proprio stipendio. In presenza di incentivi e bonus la soddisfazione generale si alza, ma rimane comunque su livelli di insufficienza per chi riceve soltanto una retribuzione fissa. La soddisfazione sale sopra la sufficienza soltanto per i lavoratori che percepiscono uno stipendio variabile. Ma allora chi sono i pochi (fortunati) soddisfatti della propria busta paga? L'unica categoria a dare un giudizio che supera la sufficienza è quella dei dirigenti, sfiorata soltanto dai quadri e lontanissima invece per gli impiegati. 

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In linea con i livelli salariali registrati nelle diverse zone d'Italia, l'insoddisfazione segue il medesimo trend, diventando inferiore nel settore industriale e al Nord, per poi crescere mentre si scende verso il Centro e il Sud, in maniera inversamente proporzionale alla decrescita degli stipendi, con una forbice tra settentrione e Mezzogiorno che in alcuni casi sfiora anche i 5mila euro lordi annui. Ma se il luogo di lavoro e la dimensione dell'azienda non sono fattori che vanno ad influire più di tanto sulla soddisfazione dei lavoratori, quello che manca secondo la maggior parte degli intervistati è la meritocrazia, 'assente' per un lavoratore su tre. Per non parlare poi della fiducia e  della comprensione sul posto di lavoro, una mancanza di cui si lamentano tutte le categorie ad eccezione dei dirigenti, gli unici ad esprimere un valore sopra la media. 

Mercato retributivo piatto

Il mercato retributivo appare “piatto” agli occhi dei lavoratori: non si ritiene che vi siano grandi differenze fra un datore di lavoro e un altro. In presenza di incentivi individuali e al crescere della categoria professionale, però, la percezione di competitività aumenta in modo sostanziale. La percezione di trasparenza nella comunicazione dei criteri retributivi è una delle poche voci che viaggia sulla sufficienza, ma circa 6 lavoratori su 10 sono convinti di prendere uno stipendio inferiore al servizio offerto, un fenomeno che aumenta soprattutto nei casi di stipendi fissi. Un rapporto di equità che influisce molto sulle performance individuali, generando insoddisfazione e demotivazione. Eppure aumentare i soldi in busta paga non sempre basta per risolvere queste due condizioni: il motivo per cui l'incremento di stipendio non cresca di pari passo con la soddisfazione va ricercato nelle altre carenze evidenziate dagli intervistati. Ricevere fiducia e comprensione sul luogo di lavoro e vedere applicata la meritocrazia sono sicuramente degli elementi chiave per la soddisfazione di un dipendente, spesso anche più di un aumento salariale. 

Meritocrazia, fiducia e comprensione

Un concetto condiviso anche da Alessandro Fiorelli, CEO di Jobpricing: “Non stupisce che sia il merito, ancora una volta, il nervo più scoperto: la percezione è che aumenti retributivi, gratifiche, bonus, possibilità di carriera, etc. non vadano ai “migliori” e questo risulta coerente con lo scarso livello di fiducia e di comprensione che i lavoratori hanno rispetto alle politiche retributive dei loro datori di lavoro. Nello stesso tempo dal nostro studio emerge chiaramente come gli elementi intangibili e non monetari (relazioni coi capi e coi colleghi, ambiente di lavoro, worklife balance, welfare) siano in costante crescita come elementi di soddisfazione cruciali per la scelta e la permanenza in un luogo di lavoro. In quest’ottica, si conferma che è ormai imprescindibile pensare alle “ricompense” piuttosto che allo “stipendio” e questo, mi pare, dovrebbe spingere ad una forte innovazione in materia di negoziazione salariale, dove forse il menù “fisso” dovrebbe cedere il passo ad un menù più “alla carta”, rendendo per altro più contemporaneo il principio di proporzionalità della retribuzione previsto dall’art. 36 della Costituzione. Per troppo tempo si è pensato che la “personalizzazione” e “differenziazione” dei pacchetti retributivi fosse più un problema che un’opportunità, ma le opinioni dei lavoratori sembrano dirci una cosa diversa”.

Stipendio giusto? Il calcolatore di JobPricing

Cosa rende un lavoratore soddisfatto?

Osservando la tabella sulla correlazione tra il livello di soddisfazione e i diversi fattori in gioco, viene mostrato come l'equità tra performance e retribuzione sia comunque un punto chiave, ma non l'unico per aumentare la motivazione di un lavoratore.

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Il giusto rapporto tra stipendio e funzione svolta, con una gestione proporzionata delle politiche retributive, va accompagnato da maggiore meritocrazia e fiducia sui posti di lavoro, da una comunicazione trasparente e un adeguato livello di comprensione. Detto in parole povere, più soldi fanno piacere, ma non bastano per essere pienamente soddisfatti. 


 

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