Tasse, la riforma che non c'è: il Conte bis ora fa paura alle imprese

Il programma del nuovo governo preoccupa le realtà imprenditoriali. Cancellata l'estensione della flat tax, si rischia di far cassa su piccole e medie imprese aggravando un disallineamento tra gettito fiscale - aumentato del 53% in 15 anni - e una crescita economica bloccata

Il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, parla con il sottosegretario Riccardo Fraccaro, nel corso del primo consiglio dei ministri del suo secondo governo a Palazzo Chigi, Roma, 5 settembre 2019. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Stop all'Iva e riduzione delle tasse pagate dai lavoratori: il nuovo governo sulle politiche fiscali parte da qui e potrebbe non discostarvisi troppo nel proseguio della legislatura. Il programma scritto a quattro mani da Pd e 5 stelle infatti - pur elencando una serie di buone intenzioni - pone un freno alla possibilità di una radicale riforma fiscale. Il timore di chi sperava in una reale rivoluzione sul piano delle tasse è che l'attuale esecutivo vi sia tutt'altro che culturalmente propenso.

Cancellata l'estensione della flat tax - terreno di scontro ultimo tra la Lega di governo e l'ex ministro dell'economia - nel programma del governo giallorosso la riforma dell’Irpef fa la sua comparsa solo in un video messaggio diffuso dal premier Giuseppe Conte e solo con parole che raccontano di "tempi e compatibilità economiche tutte da definire". 

Parole poco incoraggianti per il tessuto produttivo del paese fatto di piccole realtà imprenditoriali che trovano inoltre tra i punti del nuovo governo l'annunciazione di una riforma fiscale che riguarderà una riduzione del cuneo fiscale "a totale vantaggio dei lavoratori" per cui è prevista anche l'individuazione di un "salario minimo".  

Un allarme rosso per chi ha una attività produttiva o conduce un lavoro indipendente e ora guarda al primo appuntamento per capire le intenzioni del governo quando entro il 27 settembre dovrà dare il proprio via libera alla Nota di aggiornamento al DEF. La necessità di raschiare il fondo del barattolo potrebbe favorire anche nuove misure anti-evasione con l'estensione di fatturazione elettronica e scontrini a categorie che oggi escluse. 

Il Fisco è sulle spalle dei "piccoli": in 40 anni "sparite" le grandi imprese

Ditte individuali, micro-piccole e medie imprese chiedono di una tassazione proporzionale al fatturato, con un’aliquota accettabile. Ne abbiamo parlato con Andrea Bernaudo, presidente dell'associazione Sos Partita Iva

Come giudicate la flat tax messa in campo dall'esecutivo precedente?

"Qualsiasi riduzione delle tasse in generale e in particolare per i lavoratori indipendenti, privi di tutte le tutele previste per i lavoratori dipendenti, è sicuramente un fatto positivo. Detto questo, l’allargamento del regime forfettario con aliquota al 15% per i redditi fino a 65.000 euro ha delle lacune, derivanti dalla drastica riduzione delle detrazioni e deduzioni che ne ha ristretto la platea di beneficiari.
Per flat tax si deve intendere un’aliquota proporzionale e uguale per tutti; il precedente governo ha fatto una cosa diversa, ha semplicemente allargato il vecchio regime forfettario, il che ha indubbiamente alleggerito il carico fiscale, ma solo ad una ristretta platea di partite iva, in particolare i collaboratori di studi professionali e lavoratori indipendenti per conto di strutture più grandi, privi di un’autonoma organizzazione, sede, figli a carico e altre spese."

Cosa manca ancora alla riforma? Ripartire da capo o continuare sulla strada intrapresa?

"Noi siamo stati i primi a criticare la riforma del governo precedente, ma non solo e non tanto per le motivazioni tecniche esposte, ma soprattutto per un grave errore di prospettiva politica.
Cerco di spiegarmi con un esempio: se lo stato dice ad un lavoratore autonomo, un professionista, una piccola ditta individuale o una micro impresa (parliamo di oltre 3 milioni di lavoratori, senza contare le società) che se fattura oltre un certo tetto verrà tassato di più, ottengo come risposta un maggior impegno, un maggior fatturato e quindi un maggior gettito per l’erario? Oppure un arresto di tutto questo, un frazionamento del fatturato e perfino l’incentivo a fare del nero oltre il tetto, nell’intento di rimanere all’interno del regime agevolato?
Se vogliamo far ripartire il paese dobbiamo mettere al centro della riforma fiscale tutte le attività produttive, cioè tutti i titolari di una partita IVA e stabilire un’aliquota proporzionale, accettabile in linea con la “corporate tax” presente in America, nel Regno Unito, in Irlanda e anche in altri paesi dell’est Europa. Tutti paesi che per questo approccio crescono, dove l’imprenditore e tutti i lavoratori che rischiano in proprio sono portati su un palmo di mano e messi in grado di produrre e creare ricchezza per tutti".
"Siano essi piccoli freelance, professionisti, artigiani, commercianti, ditte individuali, micro-piccole-medie e grandi imprese, sono tutti produttori di PIL. Il governo deve fare leva innanzitutto su questi coraggiosi lavoratori indipendenti, da molti anni si fa il contrario ed infatti il paese è fermo. Se l’intento è creare occupazione, produzione, ricchezza e benessere, anche sostenere le spese dello stato - che andrebbero peró fortemente ridimensionate con la mannaia dell’efficienza contro sprechi inaccettabili e malversazioni - bisogna puntare sulle imprese, solo loro possono raggiungere questo obiettivo".

"Per aumentarne anche l’efficienza, gli investimenti e la qualità dei servizi, ma per fare questo il carico fiscale sulle attività produttive va dimezzato, per tutti e senza tetti. Lo stato deve fare un passo indietro per poi iniziare a correre".

"Viceversa in Italia le partite IVA e le Imprese sono oramai considerate solo evasori presunti, bancomat per lo stato, pecore da tosare. Questa linea si ripercuote negativamente su tutta l’economia reale, sul sentiment e di fatto il nostro paese è considerato un paese canaglia per chi vuole intraprendere e rischiare, anche da parte di investitori e imprenditori stranieri.

Tasse, il governo parla di una redistribuzione del carico fiscale? Si affaccia il percorso di una patrimoniale?

"Questa storia della "redistribuzione" è sempre agitata come un orpello, a me ha francamente stancato e non da oggi. La teoria della redistribuzione del carico fiscale come dei redditi viene soprattutto agitata da chi vuole gestire i denari che non sa produrre e che altri producono. Perchè ricordiamoci sempre che per redistribuire reddito devi avere la materia prima: il reddito e quello lo producono solo partite IVA e imprese. L’Italia deve invertire la politica economica e fiscale, non c’è riuscito Berlusconi, non c’è riuscito il precedente governo, non c’è riuscito nessuno prima".
"Guardando questa ultima compagine di governo devo dire che la mia preoccupazione è aumentata, perchè leggo dagli annunci generici e temo che non sia proprio nei radar dei partiti politici che compongono questa maggioranza mettere al centro e rispettare il ruolo fondamentale della libera impresa".

"Spero tanto di sbagliarmi - conclude Bernaudo - lo spero per il paese e per quegli eroi che, nonostante il peso dello stato, ancora hanno la forza ed il coraggio di andare avanti e produrre Pil in Italia. Serve un ribaltamento culturale molto profondo, non credo, purtroppo, possa farlo questo governo".

Quante tasse paghiamo in Italia

L'affermazione molto diffusa in certi ambienti che "se tutti pagassero le tasse, le tasse diminuirebbero" risulta nei fatti infondata, così come pare non valere per l'Italia la legge che correla il carico fiscale ai servizi offerti dallo Stato. Lo spiegano dati alla mano Guglielmo Piombini e Silvano Campagnolo che per il centro studi SOS partita IVA hanno evidenziato come in 15 anni il gettito fiscale si aumentato del 54.39% a fronte di un aumento del Pil del 0.4%.

Le entrate fiscali totali dello stato italiano per l'anno 2002 furono di 367.876.000.000,00 (367 miliardi 876 milioni di euro). Entrate salite in 15 anni di 200.077.000.000,00 (200 miliardi 77 milioni di euro). Secondo i dati della ragioneria generale dello stato infatti le entrate fiscali totali dello stato italiano per l'anno 2017 sono state di: 567.953.000.000,00 (567 miliardi 953 milioni di euro).

Al contempo il PIL italiano è passato dai 1.587 miliardi e 53 milioni di euro del 2002 ai 1.594 miliardi e 580 milioni di euro del 2017 secondo i dati serie della storica BdI in euro PPP 2010.

In 15 anni il gettito fiscale è aumentato del 54.39% a fronte di una crescita del Pil di appena 0.4%: dati da cui si evince come gettito fiscale e crescita economica sono totalmente disallineati in Italia.

"Non vi è alcuna correlazione tra l'aumento della spesa pubblica ed il miglioramento della qualità dei servizi della pubblica amministrazione - spiegano dal centro studi SOS partita IVA - e risulta infondata anche la 'Legge Fondamentale della Logica Triburaria' e cioè che "se tutti pagassero le tasse, le tasse diminuirebbero". 

Fonti: imposte e tasse pagate in Italia

tasse 2019-2

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