Web tax, la tassa su Google e Facebook che divide l'Europa

L'imposta sui colossi del mondo digitale "spacca" l'Ue: Trump minaccia con nuovi dazi e i Paesi europei sono divisi tra chi ne trarrebbe vantaggi e chi no. Il ministro Gualtieri conferma: "L'Italia va avanti anche da sola"

La protesta di un attivista, travestito da Mark Zuckerberg, davanti al Consiglio europeo di Bruxelles (FOTO ANSA)

Il nuovo “conflitto” mondiale (e in diverso modo anche europeo) adesso si gioca sulla web tax, il progetto di tassare le grandi imprese digitali del globo, andando a colpire colossi come Facebook e Google. Dal World Economic Forum di Davos, gli Stati Uniti hanno alzato la voce, minacciando l'Italia e gli altri Paesi europei di dazi se verranno portati avanti i progetti che riguardano la web tax. Dalla Svizzera il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, ha tuonato, soprattuto contro Roma, Londra e Parigi: ''Se non fermano i loro piani si troveranno ad affrontare i dazi del presidente Trump".

Ma se a livello globale lo scontro è tra States ed Europa, anche all'interno del Vecchio continente ci sono molte divisioni, tra chi chiede una digital tax globale, chi è poco interessato per i pochi vantaggi e chi invece intende andare avanti su questo fronte, anche in solitaria.

Web tax, la tassa che divide l'Europa: a chi non piace

L'idea di una tassazione per i colossi del digitale, almeno in un primo momento, sembrava aver trovato il beneplacito della maggior parte dei Paesi dell'Ue, ma l'avvertimento arrivato dalla Casa Bianca ha avuto l'effetto di “spaccare” ancora di più l'Europa. La Germania vacilla, temendo i dazi sulle auto europee e le conseguenze che potrebbero avere sull'industria tedesca, senza dimenticare i cosiddetti paradisi fiscali dell’Ue, ovvero quei Paesi che applicano aliquote molto basse alle multinazionali, che proprio per questo motivo li scelgono per “piazzare” i loro uffici. 

Ma quali sono questi Stati? Tra loro ci sono Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi. Nel caso in cui venisse istituita una web tax europea, questi tre Stati sarebbero quelli a pagare il prezzo più alto, facendo i conti con maggiori svantaggi. A rivelarlo è un articolo del quotidiano belga Le Soir, che riporta uno studio interno alla Commissione europea, che avrebbe prodotto delle stime prendendo in esame 15 opzioni di imposizione fiscale differenziata per le imprese digitali. Lo scenario descritto dallo studio parla molto chiaro: le entrate di Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi subirebbero un duro colpo, motivo per cui questi tre Paesi potrebbero essere scettici rispetto all'introduzione della tassa. La prossima settimana verrà discussa la proposta europea da presentare all'Ocse, ma nel frattempo c'è chi intende andare avanti in questa direzione, con o senza il supporto dell'Europa.

Web tax, la tassa che divide l'Europa: a chi piace

Mentre tutti gli sguardi saranno rivolti all'Ocse, ci sono Paesi, in particolar modo Italia, Francia, Belgio e Regno Unito, che hanno fatto sapere attraverso i rispettivi ministri dell'Economia, che sono disposti a proseguire con le proposte già avanzate in sede nazionale se non si dovesse raggiungere un’intesa internazionale.

Per l'Italia il discorso è opposto a quello dei cosiddetti “paradisi”: con la web tax le casse dello Stato italiano beneficerebbero di un gettito extra pari almeno a 700 milioni di euro, almeno secondo le stime del Governo sulla base della proposta di web tax approvata dal Parlamento, che entrerà in vigore solo nel 2021. Se l'impatto dovesse essere quello, è più che probabile che l'Italia vada fino in fondo, come confermato dalle parole del  ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, intervistato durante il programma Agorà su Rai Tre: ''Si lavorerà tutti insieme per una digital tax globale, perché noi pensiamo che l’Europa debba dotarsi di una misura europea. Se questa digital tax non arriverà quella italiana comunque resterà in piedi''. 

''il governo italiano – ha aggiunto Gualtieri - ha introdotto la digital tax nella legge di bilancio e che sarà riscossa nel 2021. Lo abbiamo fatto nella legge di bilancio e abbiamo scritto che se la misura internazionale che stiamo negoziando entrerà in vigore la nostra tassa si scioglierà e diventerà quella internazionale''.

Il piano della web tax italiana inserito nella manovra economica prevede un’aliquota al 3% sui ricavi dei servizi di società tecnologiche che fatturano oltre 750 milioni di euro a livello globale, di cui 5,5 milioni in Italia. Condizioni simili a quelle della web tax in Francia, altro Paese favorevole alla web tax e dove l'imposta è stata approvata dal parlamento lo scorso luglio ed è entrata in vigore a gennaio. Ma nonostante questo il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire avrebbe concordato con il collega americano una sospensione del pagamento del primo acconto dovuto dalle compagnie tecnologiche americane a Parigi, in attesa di capire se ci sarà o no una norma europea. 

Un altro studio interno della Commissione europea, citato da EuropaToday, mostra  grossi vantaggi anche per l'economia del Belgio: il gettito nelle casse di Bruxelles derivante dalla tassa sui colossi del web potrebbe oscillare da un minimo di 210 milioni di euro, fino a sfiorare il miliardo. 

Dopo Italia e Francia, anche il Regno Unito ha fatto sapere che intende attuare la web tax. Come riportato dalla Cnbc, da Londra è arrivato un ultimatum: normativa comune entro aprile, oppure si andrà avanti per una tassazione “britannica”. La proposta del Regno Unito prevede un'aliquota al 2% per compagnie tecnologiche con fatturato globale al di sopra dei 500 milioni di sterline. Una tassa da considerare temporanea, ma soltanto nel caso i cui si arrivasse ad una direttiva internazionale.

Nonostante le possibili divisioni tra Paesi europei, è auspicabile che si arrivi ad una normativa comune, come confermato dalle parole del Commissario Ue all'Economia, Paolo Gentiloni, in un'intervista a La Stampa: ''Sulla web tax gli obiettivi devono essere chiari. A livello tecnico siamo molto avanti sul pilastro uno, quello che prevede di riconnettere le imposte ai mercati in cui i profitti vengono generati: l'economia digitale non consente di avere un sistema di 50 anni fa. L'altro pilastro riguarda la definizione di una tassazione minima per le imprese che eviti forme di dumping o addirittura i paradisi fiscali che danneggiano l'economia globale". 

"Il mio compito - dice Gentiloni - sarebbe quello di riproporre una soluzione europea per entrambi i dossier. Ma l'accordo globale è l'esito migliore perché il proliferare di web tax nazionali non è l'ideale".

Trovare un'intesa sulla web tax che metta d'accordo tutti non sarà semplice, ma in caso di successo, il difficile verrà dopo, quando bisognerà placare l'ira (e i dazi) di Trump.

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