Report accusa l'Eni, l'azienda risponde con un contro-dossier su Twitter

Secondo la Gabanelli, l'azienda avrebbe pagato una tangente di circa un miliardo di dollari per l'acquisto di una licenza ma l'Eni ha smentito in diretta

Come tutte le domeniche, ieri sera Report di Milena Gabanelli è andato in onda su Rai3. La trasmissione di approfondimento ha parlato di Eni e in particolare ha raccontato l'iter della compra-vendita del blocco petrolifero Opl245 che si trova in Nigeria titolando il servizio di Luca Chianca "La trattativa". Le informazioni diffuse sarebbero solo parzialmente corrette e così, mentre la trasmissione andava avanti, Eni ha smentito la Gabanelli su Twitter. E' la prima volta che l'azienda usa i social per comunicare in diretta. Ecco il tweet che, hanno commentato molti esperti di comunicazione, cambia il settore:

"Come è già avvenuto in passato - spiega l'azienda in una nota pubblicata sul sito e diffusa attraverso Twitter - non ci è stata data la possibilità di rispondere in diretta. Sui temi che ci sono stati anticipati abbiamo fornito ampia documentazione, pur nella consapevolezza che sarebbe stata utilizzata solo parzialmente nella trasmissione. Per questo riproponiamo qui le nostre risposte, insieme ad analisi e approfondimenti che possono aiutare a farsi un’opinione basata sui fatti". Il botta e risposta a colpi di tweet va avanti, Report smentisce Eni e Eni prosegue a pubblicare dossier. Twitta anche Marco Bardazzi, il responsabile della Comunicazione dell'azienda:

L'accusa. "Report ha cercato di ricostruire il percorso di quella che si sospetta essere una delle più grosse tangenti mai pagate al mondo - spiega la redazione sul sito - Parliamo di circa un miliardo di dollari che l’Eni avrebbe sborsato per l'acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria. Eni da parte sua afferma di aver svolto la trattativa e concluso l’accordo senza i mediatori. Ma Report nel corso della sua inchiesta ha raccolto testimonianze che suscitano interrogativi su questa versione. Inoltre buona parte dei soldi pagati da Eni, ben 800 milioni, non sarebbero andati al governo, ma nelle tasce di società private nigeriane riconducibili al misterioso, Aliyu Abubakar, definito nel suo paese l’uomo ombra. Anche se l’ambasciata nigeriana ha inspiegabilmente negato il visto ai giornalisti, Report è riuscito a documentare a Lagos le sedi delle società a cui Eni ha versato gran parte degli 800 milioni: e vedremo che cosa ha trovato. 

La difesa. "Lo sviluppo del blocco eplorativo 245 (Blocco OPL 245) era da anni sospeso - spiega l'Eni - a causa di un contenzioso internazionale tra Shell, Malabu e il Governo Federale Nigeriano". "A inizio 2011 - continua l'azienda - il Governo della Nigeria per risolvere l’annoso contenzioso e promuovere finalmente lo sviluppo di un asset importante per la Nigeria ha promosso verso Shell e Eni una soluzione che prevedeva l’emissione di una licenza a favore di Shell ed Eni e da parte sua la definizione del contenzioso con Shell e con Malabu per la rinuncia di quest”ultima a ogni precedente contestazione e per l”assenso alla cancellazione del diritto alla licenza. Shell end Eni hanno sottoscritto accordi unicamente con il Governo Federale Nigeriano (Ministro della Giustizia, Ministro delle Finanze, Ministro del Petrolio e società di stato) ed hanno versato il corrispettivo per la licenza, libera da qualsiasi onere e disputa, su un conto vincolato intestato al Governo Federale Nigeriano. Eni e Shell sono estranei ai flussi finanziari successivi alla corresponsione del pagamento fatto al Governo nigeriano in cambio del rilascio della licenza OPL245. Shell ed Eni non hanno sottoscritto alcun accordo commerciale con Malabu. Eni non si è avvalsa di alcun intermediario nell'esecuzione della transazione e nessun pagamento è stato effettuato da Eni alla società Malabu".

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