Afghanistan, 60 militari suicidi nella base americana della strage

Nella Lewis McChord, 12 militari statunitensi si sono tolti la vita dall'inizio dell'anno. Da qui proviene il marine che ha ucciso 16 civili afgani. Il centro medico sotto accusa

Sono sessanta dal 2001 i suicidi che si sono verificati "nella" o "a causa" della base militare americana Lewis McChord, in Afghanistan. La base da cui proviene il soldato che ha massacrato 16 civili. Di questi sessanta suicidi, ben 12  si sono verificati dall'inizio del 2012. Numerosi, inoltre, i casi di violenze da parte dei soldati statunitensi contro mogli e figli una volta congedati. 

Numeri di una guerra nella guerra. Per questo è stata avviata un'inchiesta sulle diagnosi psichiatriche del centro medico per chiarire le modalità con cui vengono affrontati i casi di militari vittime di stress post-traumatico.

Ashley Hagemann, vedova di un soldato reduce della Lewis McChord, "sconvolta da quanto accaduto recentemente", ha sentito il bisogno di denunciare pubblicamente che "c'è qualcosa di terribilmente sbagliato" nel modo in cui nella base si affrontano i problemi psicologici dei soldati. Suo marito si tolse la vita prima di iniziare l'ottavo turno di servizio in scenari di guerra, stavolta in Libia. "Mi disse che dio non mi avrebbe mai perdonato per quanto fatto e visto nelle altre missioni".

Stando a quanto raccolto dai media statunitensi nei giorni successivi il massacro dei 16 civili afgani, lo scorso anno quattro soldati della base sono stati condannati per aver dato vita a uno "squadrone della morte" che ha ucciso tre civili afgani.

Altri due soldati sono stati accusati di aver sottoposto, una volta congedati, i propri figli alla tortura del waterboarding, l'annegamento simulato tipico degli interrogatori militari. Assolutamente futili le cause del gesto: un bambino non sarebbe stato capace di recitare l'alfabeto, l'altro di aver bagnato nottetempo il letto. L'ultimo tragico caso della Lewis McChord ha fatto accendere i riflettori sul centro medico e di assistenza della base americana, accusata dai familiari delle vittime e dai media americani di "minimizzare le diagnosi di stress post traumatico" tipico degli scenari di guerra.

A peggiorare la situazione, le recenti dimissioni di una delle responsabili del centro medico, Juliana Ellis: "Non posso lavorare in un sistema che mi chiede di sacrificare i miei principi morali". La causa: essere stata costretta a sminuire le diagnosi di stress.

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