Il denaro del Califfato: ecco chi finanzia l'Isis

Lo Stato islamico incasserebbe 50 milioni di dollari da quei pozzi di petrolio che i raid aerei non hanno raggiunto. Risorse che ora mantengono il Califfato con il contrabbando del greggio: "Un'economia di guerra" ci spiega l'economista Loretta Napoleoni

Il tristemente celebre discorso di Abu Bakr al-Baghdadi che sancì la nascita del Daesh (2014)

Una guerra come ne abbiamo già viste, che ha come obiettivo il controllo del petrolio. Perché da lì si muovono gli interessi economici globali, da lì arrivano i soldi per finanziare il Califfo. Un vecchio problema, mai risolto, che adesso si esprime attraverso la battaglia contro l'Isis. Da tempo i territori controllati dall'esercito nero vengono bombardati: è di poche ore fa il raid francese, dopo gli attentati di Parigi. Una risposta che aveva preannunciato il premier francese François Hollande quando ha detto "saremo spietati".  Prima ci sono stati la Russia, gli Usa e tutte le forze riunite in quella che è la più grande coalizione militare della storia: oltre sessanta governi coinvolti in varie forme. Ma quelle bombe non hanno colpito le infrastrutture, il centro vitale ed economico dello Stato islamico: gli impianti di estrazione e raffinazione del petrolio sono praticamente intatti

IL PETROLIO NELLE MANI DEI JIHADISTI - Lo Stato islamico dai giacimenti di greggio iracheni e siriani incassa quel guadagno necessario al proprio sostentamento: "L'Is è finanziato come uno Stato, attraverso le tasse. I miliziani jihadisti controllano un territorio in cui vivono circa 8 milioni di persone, che vengono tassate. A loro volta queste persone vivono spesso sulla base dello sfruttamento delle risorse del territorio, petrolio in primis, che poi viene contrabbandato e comprato anche dall'Europa" ci spiega Loretta Napoleoni, economista e autrice di "Isis. Lo stato del terrore" (Feltrinelli), esperta di finanziamento di gruppi terroristici e riciclaggio di denaro. "È vero che ci sono i finanziamenti dei simpatizzanti dell'Is che arrivano dai paesi del Golfo ma il guadagno effettivo arriva da questo sfruttamento. Il commercio viene portato avanti anche con le nazioni limitrofe a Iraq e Siria. Insomma una vera e propria 'economia di guerra': un meccanismo che noi europei col tempo abbiamo dimenticato".

Secondo le fonti dell'intelligence americana si tratterebbe di un incasso di 50 milioni di dollari. Con quei soldi l'Isis mantiene il controllo nei suoi territori, offrendo servizi ai suoi abitanti, attraverso una sorta di "stato sociale": scuole, pensioni, servizi.  Poi arma e paga i miliziani, pronti a morire nel nome del Califfo. Ovviamente quei soldi servono anche a presidiare e difendere quegli impianti, perché devono rimanere efficienti per continuare a ingrossare il traffico illegale di petrolio, che arriva nel Vecchio continente tramite la Turchia. 

GLI ATTENTATI "LOW COST" - Ma sono finanziamenti che con gli attentati a Parigi non c'entrano: "In realtà quelli che noi chiamiamo "attentati" non costano troppo. Le armi si trovano facilmente anche sul mercato dentro i nostri confini europei: un kalashikov costa più o meno 500 euro. Ci sono poi altre spese, che riguardano i documenti e la logistica, ma davvero sono minime. Non c'è stato un grande investimento, come per l'undici settembre ad esempio. In più si tratta di una sorta di rete europea (come abbiamo  visto anche dalle indagini e dagli arresti già fatti): come e cosa colpire è una decisione che viene presa da chi attacca e non dai vertici dell'Isis. Basta pensare agli obiettivi che i terroristi hanno scelto: non credo che il califfo sappia cosa sia il Bataclan". Stesso meccanismo per la compravendita delle armi: "Di solito il traffico avviene anche attraverso i contatti con la criminalità locale, grande o piccola che sia. Come succedeva con il terrorismo negli anni '70, la criminalità si muove tutta insieme perché alla fin fine hanno tutti lo stesso nemico: questo Stato, queste leggi, quest'Europa". 

LE RESPONSABILITÀ DELL'EUROPA - Il Vecchio continente ha la "guerra in casa" ma da sempre nei suoi confini c'è una parte della sua economia: "Le responsabilità dell'Europa in questo senso sono enormi. Abbiamo lasciato che tutto questo accadesse sottovalutando i progetti di questo gruppo, che è diventato uno Stato dal 2011 ma nonostante ciò non ci siamo mossi. Non riesco a trovare una giustificazione a questa politica estera inesistente - continua Napoleoni - C'è una mentalità politica e finanziaria basata sul presupposto che abbiamo sempre ragione, che siamo il centro del mondo. Ci contorniamo di persone e di specialisti che portano avanti questa narrazione, che è quella che vogliamo e tutti coloro che la pensavano diversamente non hanno avuto un ruolo chiave in questo contesto". 

Intanto François Hollande ha deciso di dichiarare lo stato d'emergenza e di chiudere le frontiere. È questo il modo in cui si depotenzia l'Isis e le sue cellule europee? "Un maggior controllo è necessario ma questa chiusura totale trasmette l'idea del panico. C'è anche da aggiungere che mentre i terroristi si muovo all'interno dello spazio europeo, l'antiterrorismo è nazionale. Non si può negare che le frontiere aperte aiutino a deliquere. L'antiterrorismo invece ha giurisdizione nazionale: sarebbe necessario 'ampliare' i confini dell'antiterrorismo, arrivando a una forza europea. Ma su questo punto non credo che ci sia ancora la volontà politica di dare vita a un organo del genere" conclude Napoleoni. 

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