Così il Regno Unito si prepara ad affrontare (senza paura) l'emergenza coronavirus

Alle misure affrettate e drastiche Londra ha preferito quelle soft e graduali, cosa che per ora è facilitata dal vantaggio temporale rispetto ad altri focolai. Un azzardo che potrebbe costare caro ma anche salvare il Paese dal crollo economico (e psicologico)

Cittadini nella metro di Londra, 18 marzo 2020. Foto Tolga AKMEN / AFP

Il Regno Unito sta provando a stare sempre un passo (e anche due) indietro agli altri per quanto riguarda l'intensità della risposta alla pandemia di coronavirus. Le misure di “distanza sociale” vengono prese in maniera molto 'soft', ma anche 'smart'. La salute è importante, certo, ma anche la tenuta dell'economia. Il governo di Boris Johnson ha un vantaggio di partenza, che rende la cosa più facile, sia chiaro: l'isola è alcune settimane indietro alla situazione italiana e mesi indietro a quella cinese. Questo permette di gestire l'emergenza con maggiore razionalità, di preparare la popolazione molto lentamente, di imparare dagli altri. All'estero la percezione è che quel pazzo del premier sia pronto a sacrificare centinaia di migliaia di vite per il bene dell'economia. Nei fatti le cose sono molto più complesse, le centinaia di migliaia di morti non ci saranno, e il Paese è con lui.

La gente prende ancora l'emergenza molto sottogamba

Londra al momento sta cominciando a capire che la questione è seria, ma la gente prende ancora l'emergenza molto sottogamba. Nel resto dell'Inghilterra, quella della working class pro Brexit, le cose vanno ancora più a rilento. Ma cominciano comunque a muoversi. Per quanto riguarda le misure del governo tutto viene deciso gradualmente, sia per non colpire troppo in fretta l'economia e la vita delle persone, sia per abituarle. È tremendo dirlo, ma se non si vedono centinaia di persone morire, è più difficile capire la gravità della situazione e accettare l'isolamento. È come quando sentiamo che in Siria ci sono stati 400mila morti. Per noi sono solo numeri al telegiornale. Quando a morire sono i tuoi cari, o quelli dei tuoi amici, cominci ad accorgerti della gravità della situazione. Succederà anche qui.

Al momento sono vietati tutti gli eventi di massa, la Premier è ferma, a chi può viene chiesto di lavorare da casa e soprattutto a chi ha sintomi simili a quelli del virus viene chiesto un isolamento in quarantena di 14 giorni. Per loro e per tutti quelli che vivono in casa con loro. La quarantena a livello per ora indefinito viene chiesta anche alle categorie ritenute a rischio: over 70, donne incinte e persone con altre malattie gravi e in generale a tutti quelli a cui il medico consiglierebbe di fare il vaccino per l'influenza. Ma tutto è lasciato all'iniziativa individuale (è o non è questa la patria del capitalismo?), nessuna misura coercitiva.

Coronavirus, perché Boris Johnson non è (completamente) pazzo

La chiusura delle scuole, a tutti i livelli, è stata disposta solo ieri e partirà da lunedì prossimo. Anche qui in maniera molto razionale. Di fatto gli istituti non chiudono, restano aperti, ma non per tutti. Maestre, professoresse e presidi continueranno a lavorare per prendersi cura dei figli del lavoratori di “categorie chiave” come personale medico, polizia e autisti delle consegne. Il Paese ha bisogno di loro per affrontare la crisi, non può obbligarli ad avere i marmocchi tra i piedi tutto il giorno. O peggio ancora lasciarli ai nonni, che devono essere protetti dal contagio. In classe andranno anche i bambini ritenuti vulnerabili, quelli che avrebbero l'insegnante di sostegno, quelli con difficoltà di apprendimento ad esempio. Un loro isolamento potrebbe essere più un male che un bene a livello psicologico.

Per aiutare l'economia, che presto se la vedrà brutta, il governo ha promesso 350 miliardi di prestiti agevolatissimi a tutte le imprese, per pagare gli affitti delle attività che resteranno vuote e, si spera, anche i lavoratori. Ma tanti perderanno il posto e dovranno accontentarsi degli assegni sociali, che non sono certo generosi.

Per affrontare il numero dei casi in crescita, e che crescerà sempre più, negli ospedali dell'Nhs, il servizio sanitario pubblico e gratuito messo in difficoltà dai tagli voluti proprio dai Conservatori negli scorsi anni, interi reparti ritenuti non essenziali sono stati riconvertiti per accogliere i pazienti Covid-19. In alcune città sono addirittura stati allestiti dei capannoni, attrezzati come una specie di ospedali di guerra, e si pensa anche di usare alcuni degli alberghi che resteranno senza clienti a breve. Il personale sta ricevendo addestramenti specifici, e si chiede a medici in pensione la disponibilità a tornare al lavoro in caso di necessità. Si stanno acquistando migliaia di respiratori, l'obiettivo è averne 20mila a breve. “Producetene di più, e più velocemente, li compriamo tutti”, hanno detto all'industria del settore. Se i piani (e i proclami) saranno sufficienti a gestire l'emergenza, purtroppo lo scopriremo presto. Il picco si avvicina velocemente.

Londra è praticamente deserta

Londra, con i suoi oltre 10 milioni di abitanti, che sarà il focolaio del Regno Unito, sta cominciando a rallentare pesantemente la sua vita. La City, il cuore finanziario della capitale, è praticamente deserta (qui il video). Tutti a lavorare a casa. Ristoranti e alberghi stanno mandando via il personale giorno dopo giorno in attesa che le cose tornino (si spera presto) alla normalità. Le strutture più grandi assicurano ferie pagate e altre forme di tutele. Per chi lavora nei piccoli esercizi si preannunciano momenti difficili: licenziamento e si resta a casa, dove affittare una stanza costa almeno 600 sterline al mese. Una stanza. La tube, l'arteria che da oltre un secolo permette di muoversi in questa enorme metropoli, e in cui viaggiano milioni di persone ogni giorno, sta riducendo le corse. Decine di stazioni da oggi saranno chiuse, il sindaco Sadiq Khan ha detto di non prendere la metro "se non è assolutamente necessario". Ma i vagoni si stavano già svuotando nei giorni scorsi, addirittura negli orari di punta, quando per riuscire a entrare bisogna perdere anche tre o quattro treni (ma qui passano ogni due minuti al massimo in quei momenti della giornata, non è un grande sacrificio).

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Il “panic shopping” si diffonde. Inizialmente sparivano soltanto saponi e carta igienica, ora sono vuoti anche gli scaffali del cibo. Soprattutto nei discount come Lidl e Aldi, o nelle grandi catene come Tesco e Sainsbury's. In quelli più cari e ricercati come Marks & Spencer è ancora possibile trovare (quasi) tutto. Le crisi colpiscono (e spaventano) come sempre soprattutto le classi più povere. Ma in generale nelle zone meno centrali come Brixton, il quartiere giamaicano al sud della città, per strada è possibile vedere tanti cittadini girare tranquillamente. Nei locali ci si va ancora, seppur di meno. La vita al momento prosegue in maniera (quasi) normale.

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