Un po’ ribelle e un po’ manager, don Sandro ha realizzato un sogno in Kenya: un ospedale sociale e autosufficiente

Don Sandro, prete ribelle, ha 71 anni e da 16 è direttore generale dell’ospedale di North Kinangop, che guida con il pragmatismo di un manager d’azienda e la premura di un padre amorevole. Il reportage dal Kenya

Don Sandro insieme ai ragazzi della comune al North Kinangop Catholic Hospital. Foto Stefano Pagliarini

Sanità, manutenzione, progettualità e volontariato. Ecco i 4 grandi capisaldi del North Kinangop Catholic Hospital, ospedale cattolico in Kenya, a circa 120 chilometri a nord della capitale Nairobi. Qui sorge una vera comune di 500 persone che si autosostentano attraverso coltivazioni, allevamenti e artigianato, con tanto di scuole, chiese e alloggi per oltre l’80% dei dipendenti. Un gioiello della sanità. Un pezzetto di paradiso nella verde vallata, ai piedi delle montagne Aberdare, dove il tempo scorre lentamente e si respira l’armonia di una vita condivisa in 600mila metri quadrati. Tutto intorno c’è il purgatorio di un paese, il Kenya appunto, in cui circa il 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, di cui una parte senza elettricità, dove la benzina è un lusso e il mezzo più usato è il matatu: un furgoncino sempre carico di persone usato a mo’ di taxi.

Don Sandro Borsa e l’inizio dell’avventura in Kenya

Ma è proprio ai kenioti più sfortunati della contea di Nyandarua che si rivolge l’opera di don Sandro Borsa, prete della diocesi di Padova in missione in Africa da una vita. Ricorda bene quando aveva 20 anni e la sua testardaggine l’aveva portato a scontrarsi col rettore del seminario di teologia in merito ad un insegnante allontanato dalla scuola; come quando da diacono aveva deciso di fare l’operaio in fabbrica perché convinto che i preti non dovessero fare gli impiegati della Chiesa; come un dissidente, aveva risposto «io leggo quello che voglio» a chi lo aveva invitato a comprare solo la stampa cattolica. Oggi don Sandro, prete ribelle, ha 71 anni e da 16 è Direttore generale dell’ospedale di North Kinangop, che guida con il pragmatismo di un manager d’azienda e la premura di un padre amorevole. E lo fa per conto della diocesi di Nyahururu, che comprende Nyandarua e Lakipia occidentale. «Non fu una mia scelta. - racconta don Sandro - Quando il Kenya si rese indipendente dalla Gran Bretagna, qui se ne andarono tutti i grandi latifondisti inglesi. C’erano 300mila persone con un pezzo di terra sì, ma senza una guida. Intervenne l’allora vescovo della diocesi di Padova, siamo negli anni ’60, che diede il via ad un’opera di evangelizzazione. E c’era anche la gestione di 60 ettari di terreno donati dal governo, trasformati da residenza presidenziale ad ospedale. Ma era a zero. Io ero già parroco in Africa quando sono stato chiamato a dirigere il North Kinangop Hospital nel 2003, raccogliendo il sogno del mio predecessore: un ospedale sociale accessibile a tutti, nel nome della solidarietà».

I fondi per l’ospedale e il processo di africanizzazione

All’inizio l’ospedale di North Kinangop aveva solo un piccolo Pronto Soccorso, una Maternità, una Pediatria, una cucina, una casa e poco altro. Poi sono arrivati i medici locali, la scuola delle infermiere, le ristrutturazioni, le prime sale operatorie e gli ambulatori con la diagnostica. E’ partito il processo di lenta “africanizzazione”, resa possibile con una costante attività manageriale che però poteva contare solo sulle proprie forze. Don Sandro è categorico: «Non sono mai stati usati fondi della Chiesa o di privati. Se così non fosse, avremmo ucciso questo ospedale perché la missione finale è lasciare nelle mani delle popolazioni locali una macchina avviata, capace di sostenersi con ciò che è in grado di offrire». E allora come si pagano il personale sanitario, i macchinari e gli strumenti? In primis i fondi di progetti di cooperazione internazionale sanitaria, come quello stipulato dall’azienda ospedaliera universitaria di Siena che prevede formazione medica e missioni per circa 24mila euro per il 2020. Poi ci sono i finanziamenti bancari tramite l’associazione padovana “Help for life”, altri 250mila euro. Don Sandro è sempre alla ricerca di aiuto: «Ma mai soldi, sono sempre finanziamenti per materiali, formazione professionale, mezzi come le ambulanze. Tutto certificato. Adesso voglio chiedere aiuti anche alla Caritas Antoniana nazionale e alla Conferenza Episcopale italiana. Chiedo sempre materiali: vorrei 2 nuove sale operatorie».

Come pagano i pazienti

Poi ci sono i pazienti. La maggior parte di essi è coperta dall’assicurazione sanitaria nazionale, gli altri pagano direttamente la prestazione. E don Sandro non può permettersi di sgarrare nemmeno di 1 euro. Il motivo? «Da anni riusciamo a tenere il pareggio di bilancio». Circa 4 milioni di euro annui. «E così dovrà sempre essere. Nè sotto, altrimenti non cresciamo, ma neppure sopra perché altrimenti facciamo profitto e su quello ci paghiamo ulteriori tasse».

I numeri del North Kinangop Catholic Hospital

Così in 15 anni, il don Sandro manager ha dato propulsione ad una struttura già avviata. Lo dicono i numeri dei report annuali pubblicati dalla diocesi locale, controllati e certificati dai revisori dei conti del governo keniota: da 2 a 4 sale operatorie; da 40 a 80 posti per ricoverati della Chirurgia; da 32 a 42 posti in Pediatria; da 40 a 70 posti a Medicina. Sono inoltre arrivati nuovi macchinari radiologici e l’endoscopia. E poi ancora la Dialisi e la Rianimazione. Inoltre i pazienti sono passati da 80 a circa 230 al giorno, per un totale di 80mila persone all’anno che passano per gli ambulatori. Solo negli ultimi 3 mesi del 2019, le carte registrano un totale di 1.156 operazioni chirurgiche. Tutto lavoro per le decine di medici, infermieri e dipendenti amministrativi. Ma in Kenya, dove il salario medio è di 60 euro al mese, quanto pagano i pazienti? Qualche esempio: la maternità sono 90 euro, un taglio cesareo 260 euro, una visita specialistica 5 euro e un’operazione chirurgica 400/500 euro.

Il volontariato medico

Ma il braccio armato della comunità è il volontariato. Quello dei medici italiani che periodicamente partono per curare i pazienti in piena terra Kikuyu, con visite specialistiche e operazioni chirurgiche. Così si dà lustro alla struttura sanitaria e si abbattono gli alti costi della medicina specialistica. Ma soprattutto ci si occupa di quei malati che, altrimenti, non avrebbero mai una diagnosi. Tra i camici bianchi volontari c’è Bruno Frea, professore ordinario di urologia fuori ruolo all’Università di Torino e già direttore della Clinica Urologica della Città della Salute e della Scienza. E’ lui che, a gennaio, insieme agli specializzandi Simone Agosti, Erika Palagonia e Giulia Garelli, ha dato assistenza medica ad almeno 200 persone, di cui ne ha operate almeno 50.

Volontari da tutta Italia per partecipare alla Comune sociale

Lo stesso volontariato è praticato da chi non ha una laurea in medicina, ma mette la propria professionalità al servizio di quelle attività micro imprenditoriali che fanno del North Kinangop Hospital una comune sociale e autosufficiente. Quali i progetti? Campi coltivati, allevamenti, orti, la falegnameria, la carpenteria, le stalle con le vacche per il latte. Nella frenesia di una mattina qualunque, basta guardarsi intorno per assistere a decine di operai: chi lavora il metallo per fabbricare porte, chi trasporta il legno per i mobili destinati al reparto di Pediatria, chi va nei campi per raccogliere il mais e l’avena utili a sfamare le vacche da latte. Qualcuno va nella boscaglia per controllare l’acquedotto o dare la semina nelle aree destinate alla fioritura di piante autoctone: cipressi per le costruzioni ed eucalipto sia per uso farmacologico che per la legna da ardere. Tutti prodotti a chilometro zero, in parte consumati all’interno di questa piccola repubblica della solidarietà, in parte venduti a ditte locali interessate ai prodotti. Come in una quasi perfetta autarchia cattolica, il ciclo del denaro rientra nel bilancio della Comune per tornare a sostenere l’ospedale e dare lavoro a chi risiede nelle 210 unità abitative. Se non fosse questa la realtà, il North Kinangop Catholic Hospital di Don Sandro sembrerebbe un esperimento socio-politico, ancor più rivoluzionario per un paese che si candida a trascinare l’economia dell’Africa Sub Sahariana con grandi opere pubbliche finanziate da imprese cinesi e che, se non dovessero essere ripagate, verrebbero cedute al governo di Pechino.

Il futuro dell’ospedale di North Kinangop senza don Sandro

Negli anni tanto è stato fatto, ma l’ospedale gestito dal prete padovano è ancora lontano dall’idea di sanità della ricca Europa. Qui nessuno si reca al Pronto Soccorso per due linee di febbre. Qui i pazienti aspettano anche mesi prima di percorrere 300 chilometri di terra battuta, incontrare un medico e affrontare il dolore con la dignità di chi nasce e muore senza aver mai conosciuto le ricchezze e le comodità. «L’importante è andare avanti con l’ideale iniziale di un ospedale che non serve per fare soldi - continua Don Sandro - bensì per aiutare tutti, accessibile anche ai meno abbienti, passando sempre più dall’emergenza alla specializzazione». Ora però è arrivato il momento di aprirsi alla politica locale per dare solidità alla Comune. Anche perché «noi non ci saremo per sempre». Eppure è difficile immaginare tutto questo così com’è senza la guida di don Sandro. Un’idea ci sarebbe: la congregazione di suore. Il motivo? Sono qui da decenni, hanno le capacità gestionali, ma soprattutto garantirebbero trasparenza nell’utilizzo dei fondi perché vivono qui all’interno della Comune. Peccato che la diocesi locale abbia rifiutato questa proposta e ha già individuato un parroco keniota da far laureare in medicina, con l’idea di farlo sedere alla guida dell’ospedale, al posto di Don Sandro. Il timore che questo pezzo di paradiso possa cambiare c’è, «ma c’è anche la consapevolezza di aver creato una struttura che possa camminare con le sue gambe, che io amministro, ma di cui non sono ultimo responsabile». Dunque l’ultima parola sarà della diocesi di Nyahururu, saranno loro a decidere del futuro.

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«Possiamo diventare un potente mezzo della Chiesa»

«Intanto cerchiamo di creare una profonda relazione con il sistema sanitario nazionale e aumentare la presenza di volontariato medico per abbattere i costi a bilancio e fare formazione del personale africano. Questo ospedale deve diventare un punto di riferimento non solo per i pazienti, ma anche per le istituzioni sanitarie della contea. In Kenya possiamo lanciare l’idea di una sanità sociale. In occidente possiamo diventare un mezzo attraverso cui la Chiesa manifesta la solidarietà verso i più deboli e i malati, dando un esempio forte del potere del volontariato che, in Italia e in Europa, mi pare si stia definitivamente perdendo». 

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