Turchia e Usa concordano una tregua di 5 giorni in Siria: per i curdi "termini" difficili da accettare

Ad Ankara, dove è in missione, il vice presidente Mike Pence ha annunciato che tra Usa e Turchia è stato raggiunto un accordo che prevede il ritiro delle milizie curde fino a 32 chilometri di distanza dal confine con la Turchia

Il vicepresidente Usa Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan ad Ankara, 17 ottobre 2019. (FOTO ANSA)

Turchia e Stati Uniti hanno concordato una tregua in Siria. Lo ha annunciato il vicepresidente statunitense Mike Pence parlando da Ankara dopo i lunghi colloqui al palazzo presidenziale con la leadership turca a più di una settimana dall'avvio della contestata operazione militare della Turchia nel Nord della Siria, la terza dal 2016.

L'accordo stretto tra Pence e Erdogan tuttavia è difficile da accettare per i curdi. Si tratta di un vero e proprio ritiro. "Diamo il benvenuto al cessate il fuoco, ma ci difenderemo" ha spiegato il leader dei curdi siriani Salih Muslim.

"Non accetteremo l'invasione della Siria settentrionale e dobbiamo vedere i dettagli dell'accordo"

E i dettagli dell'accordo sono una pugnalata al cuore del Rojava.

Guerra in Siria, il testo dell'accordo Turchia - Usa

Nel testo dell'accordo raggiunto ad Ankara gli Stati Uniti - riaffermando le loro relazioni con la Turchia quale membro della NATO - legittimano le preoccupazioni turche in merito alle condizioni del confine con la Siria e - ribadendo l'impegno alla tutela dei diritti e della protezione delle comunità religiose ed etniche - si impegnano a coordinarsi sulle attività di contrasto al terrorismo e di sostegno agli sfollati provenienti dalle aree che furono occupate dallo Stato Islamico.

L'accordo concepisce la nascita di una "zona sicura" per tutelare la sicurezza della Turchia e prevede lo smantellamento degli avamposti delle milizie curde Ypg e il ritiro delle armi pesanti. 

L'accordo prevede che saranno le forze armate turche a tutelare la fascia di sicurezza, mentre saranno concesse 120 ore per il ritiro delle milizie Ypg. Solo al termine del ritiro la Turchia cesserà l'operazione denominata "Peace Spring" e solo allora verranno revocate le sanzioni stabilite dagli Stati Uniti alla Turchia lo scorso 14 ottobre. 

Come viene fatto notare tuttavia all'interno della zona da cui sostanzialmente dovranno ritirarsi i curdi vi sono già unità dell'esercito siriano appoggiate dai consiglieri militari di Mosca. 

Importante nella partita sarà il ruolo della Russia: per martedì prossimo è in programma a Sochi un bilaterale tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan. Proprio lo stesso giorno in cui scadranno le 120 ore di tregua. 

Che la situazione nel Nordest siriano fosse in diventata un vero e proprio campo minato per la Tuchia era diventato palese con l'intervento (diplomatico) della Russia e l'arrivo delle truppe regolari di Damasco a supporto dei curdi nella regione autonoma del Rojava.

Mosca aveva sostenuto l'integrità territoriale del territorio siriano precisando che l'esercito di Damasco avrebbe dovuto sostituire le milizie curde lungo tutto il confine nazionale, compreso quello con la Turchia nei territori del nord della Siria sotto il controllo dei curdi. L'emittente curdo irachena Rudaw sostiene che il ministro degli esteri turco avrebbe avallato la presenza di una forza di interposizione siriana a patto della "rimozione delle miilzie curde" dalla regione.

Inoltre proprio oggi il Ministro degli Esteri iracheno ha annunciato che Bagdad accoglierà 10mila combattenti dello Stato Islamico e le loro famiglie che fino ad oggi erano confinati nei campi di detenzione sotto controllo delle forze Sdf in Siria.

Pence: "Già iniziato il ritiro delle milizie curde"

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Il vice presidente Usa Mike Pence ha spiegato come sarebbe gà iniziato il ritiro delle milizie curde dell'Ypg dal confine con la Turchia. Un ritiro stabilito in 120 ore, ovvero cinque giorni di sospensione delle attività militari. 

"Il nostro impegno con la Turchia è che collabori con i membri dell'Ypg per facilitare un ritiro ordinato nelle prossime 120 ore".

Secondo l'accordo le forze curde si ritireranno a 32 chilometri dal confine con la Turchia mentre gli Stati Uniti ritireranno le recenti sanzioni ecomiche alla Turchia.

Il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu ha puntualizzato che l'operazione 'Fonte di pace' nel Nord della Siria è "sospesa" e le operazioni militari si potranno dire terminate solo dopo il completo ritiro delle Ypg dalle zone di confine. Il governo di Ankara considera "terroristi" i miliziani curdi delle Ypg e Cavusoglu ha spiegato che nei termini dell'accordo vi sia il ritiro delle armi pesanti lasciate dagli Stati Uniti alle milizie Ypg, nonchè la distruzione degli avamposti curdi. 

Una condizione che lascia i tanti villaggi del Rojava senza una tutela se non quella garantita dall'accordo con l'esercito di Damasco. 

I curdi siriani sono "incredibilmente felici di questa soluzione" afferma il presidente Usa Donald Trump. "Abbiamo ottenuto tutto quello che potevamo sognare", ha detto Trump parlando in Texas che ha assicurato come i curdi saranno ancora responsabili della detenzione dei combattenti dello Stato Islamico. Quanto al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, "è un vero leader, un uomo duro, un uomo forte e ha fatto la cosa giusta", ha detto il presidente Usa, confermando che Erdogan sarà a Washington in visita il mese prossimo.

"Grandi notizie dalla Turchia... milioni di vite saranno salvate!" ha scritto su Twitter il presidente statunitense Donald Trump. "Questo accordo non avrebbe MAI potuto essere fatto tre giorni fa - tweeta Trump che sostiene come ci volesse un po' di "durezza" per trovare un accordo con Ankara.

Ricordiamo come solo poche ore fa era stato rivelato il contenuto di una lettera tutt'altro che convenzionale inviata al presidente turco Erdogan lo scorso 9 ottobre in cui Trump lo invitava a "non fare il duro" e a desistere dall'idea di attaccare le milizie curde in Siria minacciando sanzioni economiche che avrebbero portato alla "distruzione dell'economia turca" e concludendo con un informale "Ti chiamo più tardi".

Un percorso che lo stesso Trump in un tweet ha definito "necessario, ma in qualche modo non convenzionale".

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Guerra in Siria, il testo dell'accordo Turchia - Usa

The US and Turkey reaffirm their relationship as fellow members of NATO. The US understands Turkey’s legitimate security concerns on Turkey’s southern border.

Turkey and the US agree that the conditions on the ground, northeast Syria in particular, necessitate closer coordination on the basis of common interests.

Turkey and the US remain committed to protecting NATO territories and NATO populations against all threats with the solid understanding of “one for all and all for one”

The two countries reiterate their pledge to uphold human life, human rights, and the protection of religious and ethnic communities.

Turkey and the US are committed to D-ISIS/DAESH activities in northeast Syria, This will include coordination on detention facilities and internally displaced persons from formerly ISIS.DAESH-controlled areas, as appropriate.

Turkey and the US agree that counter-terrorism operations must target only terrorists and their hideouts, shelters, emplacements, weapons, vehicles and equipment.

The Turkish side expressed its commitment to ensure safety and well-being of residents of all population centres in the safe zone controlled by the Turkish Forces (safe zone) and reiterated that maximum care will be exercised in order not to cause harm to civilians and civilian infrastructure.

Both counties reiterate their commitment to the political unity and territorial integrity of Syria and UN-led political process, which aims at ending the Syrian conflict in accordance with UNSCR 2254.

The two sides agreed on the continued importance and functionality of a safe zone in order to address the national security concerns of Turkey, in include the re-collection of YPG heavy weapons and the disablement of their fortifications and all other fighting positions.

The safe zone will be primarily enforced by the Turkish Armed Forces and the two sides will increase their cooperation in all dimensions of its implementation.

The Turkish side will pause Operation Peace Spring in order to allow the withdrawal of YPG from the safe zone within 120 hours. Operation Peace Spring will be halted upon completion of this withdrawal.

Once Operation Peace Spring is paused, the US agrees not to pursue further imposition of sanctions under the Executive Order of October 14, 2019, Blocking Property and Suspending Entry of Certain Persons Contributing to the Situation in Syria and will work and consult with Congress, as appropriate, to underline the progress being undertaken to achieve peace and security in Syria, in accordance with UNSCR 2254

Once Operation Peace Spring is halted as per paragraph 11 the current sanction under the aforementioned Executive Order shall be lifted.

La guerra in Siria: le parole per capire gli schieramenti

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L'esercito turco ha lanciato mercoledì scorso una vasta operazione militare ad est del fiume Eufrate nel Nord-est siriano. Nelle intenzioni di Ankara si vuole ripulire la regione dalle milizie YPG, le Unità di Difesa del Popolo, una formazione curda che domina le Forze Democratiche siriane (SDF), un'alleanza curdo-araba con cristiani e turcomanni, costituita nell'ottobre del 2015 che - sostenuta dagli Usa - ha contribuito in modo decisivo alla sconfitta dell'Isis.

Equipaggiati principalmente di armi leggere e RPG, i curdi costituiscono con 11mila miliziani la colonna portante delle Sdf. Le forze turche contano su una potente aviazione e sull'artiglieria pesante a coprire l'avanzata sul campo di otto battaglioni di miliziani sunniti riuniti sotto l'epiteto di "Esercito Nazionale Siriano", 18.000 effettivi addestrati e finanziati da Ankara con uno stipendio mensile di "550 lire turche", l'equivalente di circa 85 dollari. La maggior parte dei miliziani facevano parte del disciolto "Esercito Libero siriano", milizie jihadiste provenienti prevalentemente dalla provincia di Idlib, grande enclave ribelle nel Nord-ovest della Siria dominate dalla ex filiale siriana di al Qaida del Fronte al Nusra, oggi chiamato Hayat al Tahrir.

Alcuni miliziani del battaglione "Ahrar al Sahrqiya" si sono resi responsabili dell'uccisione di Hevrin Khalaf, una delle più conosciute attiviste per i diritti delle donne e segretaria generale del partito Futuro siriano. Le immagini dell'imboscata tesa sull'autostrada tra Manbij e Qamishlo circolano sui social network ma non ve le mostreremo. 

È notorio che al battaglione appartengano miliziani islamisti del Governatorato orientale di Deir Ezzor, fuoriusciti dell'ex filiale siriana di al Qaida, Fronte Al Nusra tra cui Abu Maria Al Qahtani già in predicato di alleanza con il disciolto Stato Islamico.  Oggi ha cambiato il suo logo originario sostituendo lo storico vessillo di al Qaida ricamato con la scritta "Non vi è altro Dio che Allah", con la bandiera nazionale siriana.

Perché la Turchia attacca i curdi

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La Turchia vuole creare una sorta di 'cuscinetto' per evitare di trovarsi le Ypg al di là del confine. Un 'cuscinetto' profondo oltre 30 chilometri, al cui interno costruire 140 villaggi in cui ricollocare almeno due milioni di rifugiati siriani che attualmente vivono in Turchia.

La Turchia, che può contare sull'appoggio di gruppi ribelli siriani che si oppongono ad Assad, considera le Unità di protezione del popolo (Ypg) il braccio siriano del partito dei lavoratori curdi Pkk e quindi un'organizzazione terroristica. Lo scorso anno Amnesty International ha denunciato attacchi indiscriminati da parte dell’esercito turco e dei gruppi armati alleati nelle città di Afrin e Azaz, a nord di Aleppo, in cui sono state uccise decine di civili.

Dall’inizio della guerra in Siria, nel 2011, la Turchia combatté il regime siriano di Bashar al Assad, con l’obiettivo di instaurare in Siria un regime islamista sunnita opposto a quello sciita degli Assad. Nel 2014, però, il governo turco cominciò a concentrarsi sempre di più sui curdi siriani, visti come una minaccia alla propria sicurezza nazionale mentre diventavano sempre più forti in Siria grazie alle vittorie ottenute contro l’ISIS anche grazie all'appoggio degli Stati Uniti d'America.

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 In verde le forze alleate della Turchia, in giallo i territori del Rojava controllati dai curdi siriani, in rosso le aree controllate da Damasco.

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