Nel villaggio appena liberato dall'Isis: "Era peggio che vivere all'inferno"

Viaggio a Khalidia, a sud di Mosul, insieme alle truppe irachene che hanno sconfitto l'Isis. La gioia degli abitanti, per due anni costretti a vivere sotto il controllo del Califfato

Un'immagine pubblicata su Twitter dalla giornalista del Telegraph Josie Ensor

Urla di gioia, abbracci e lacrime. Sono stati accolti così i soldati iracheni che hanno liberato il villaggio di Khalidia, a sud di Mosul, dal gioco dell'Isis. Josie Ensor, inviata del quotidiano britannico Telegraph al seguito della 91esima Brigata, ha raccontato il momento in cui gli abitanti di Khalidia si sono ritrovati di fronte per la prima a volti "estranei", dopo due anni passati "prigionieri" dell'Isis.

Sono stati proprio gli stessi abitanti a collaborare attivamente con le forze irachene per sconfiggere i miliziani, inviando nei giorni precedenti all'attacco messaggi dettagliati sulle posizioni dei jihadisti dell'Isis e una mappa per localizzare tutti gli ordini nascosti dagli uomini del Califfo, che sono state fatte arrivare poi ai comandanti della coalizione internazionale che sta attaccando l'Isis a Mosul. "Si è trattato di uno sforzo condiviso tra la popolazione di Khalidia, l'esercito e la coalizione", racconta il generale Ghassan Mohammed Wajeeh, mentre i suoi soldati scendono dai carri armati per posare con i bambini in braccio e regalare sigarette, finora un genere proibito dall'Isis e disponibile solo di contrabbando.

"Siamo davveri felici di vedervi, è stato peggio dell'inferno", dice un'anziana donna del villaggio, Amina Abdulllah, con il niqab finalmente abbandonato in terra. Da quando l'Isis ha preso il controllo di Khalidia nel 2014, i jihaidisti avevano imposto regole per tutto: cosa indossare, cosa mangiare, se e quando uscire di casa. "Circa 40 di loro ci tenevano prigionieri qui", racconta Amina. "Erano tutti iracheni e siriani, più un cinese di etnia iugura. Il più vecchio aveva 45 anni e il più giovane 10. Il bambino era stato messo a fare la guardia per controllare se le persone non rispettavano le regole".

Lo sceicco locale - che in passato era stato frustato dagli islamisti, una volta perché portava la barba troppo corta, un'altra perché era stato sorpreso a fumare o fuori casa dopo il coprifuoco -  ha invitato tutti in casa sua per celebrare con una festa la riconquistata libertà e ha sacrificato le sue ultime due capre per mangiarle con il pane portato dai soldati.

Poco lontano si sentono ancora colpi di mortaio. Il sergente Adnan Aziz Ali guarda oltre le colline, commosso: il villaggio dove ora si combatte, Tel Shahir, è quello dove è nato e che è stato costretto ad abbandonare nel 2014, portandosi dietro moglie e figlie. Lì però sono rimasti i suoi tre fratelli, con i quali negli anni ha avuto pochi contatti e clandestini. "Da due anni non possono sorridere o essere felice, sapendo che siamo separati. Quando  Tel Shafir sarà liberata allora tornerò a sorridere"

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