Kenya, la baraccopoli che prova a camuffarsi da edilizia popolare: viaggio nella bidonville di Nairobi

Strade come fiumi di fango e quei palazzoni alti anche 8 piani e dai colori sgargianti che ospitano innumerevoli monolocali di 3 metri quadrati per 3, da affittare ai più fortunati della bidonville. Il reportage dal Kenya

Nella Bidonville di Mukuru a Nairobi - FOTO STEFANO PAGLIARINI

Ogni passo deve essere calibrato per mantenere una camminata decisa ed evitare di sprofondare fino alla caviglia in un mix di fango, sterco e detriti. Sono veri torrenti di melma le strade della baraccopoli di Mukuru kwa Njenga, nell’est di Nairobi, la capitale del Kenya. Soprattutto dopo le insolite piogge che a gennaio hanno colpito la zona industriale, tra la Outer Ring Road, la North Airport Road e la Mombasa road. Qui, stando ad una analisi pubblicata nel 2017 dalle Università della California e Nairobi, sopravvivono oltre 100mila persone tra povertà, degrado e violenza. Una parte della baraccopoli prova a farcela, celandosi dietro un grosso agglomerato di edilizia popolare, uscendo così dall’immagine della distesa di casupole di lamiera ondulata a cui sono abituati gli occhi di un occidente sempre troppo distratto. Ma quei palazzoni alti anche 8 piani e dai colori così sgargianti sono il bluff costruito dalla parte ricca del Kenya, che ha avuto la possibilità di investire nel mattone, meglio dire pietra e cemento, dando vita ad una serie innumerevole di monolocali di 3 metri quadrati per 3, da affittare ai più fortunati della stessa bidonville. Sempre baracche, ma di cemento, dentro le quali vivono gruppi di almeno 4 persone. Sono famiglie di operai, artigiani e venditori ambulanti. Privilegiati, al punto da potersi permettere l’involucro di cemento, che non cambia molto dal cubo di metallo e legno, ma forse garantisce una maggiore protezione da furti e rapine che soprattutto di notte diventano una regola. 

Le suore e i progetti di sostegno per un popolo dimenticato

«Sono appartamenti affittati a 40 euro al mese, è tanto, ma sono comunque le stesse baracche, con lo stesso spazio, la stessa unica stanza e le famiglie hanno riprodotto la stessa disposizione dei mobili e dei letti del resto della bidonville». A raccontarlo è Helen Koskhe, 52 anni, suora keniota della congregazione delle “Piccole figlie di San Giuseppe” da Verona. E’ lei, insieme alle altre sorelle, a portare avanti i progetti di sostegno alla popolazione di Mukuru: il dispensario e la scuola. 

Il dispensario dove i malati trovano le cure 

Al Baldo Ippolito Catholic Health Centre vengono gestiti un massimo di 5 ricoveri con l’aiuto di qualche infermiera e un solo medico quando c’è la necessità di fare una radiografia o un’ecografia con un macchinario vecchio di 30 anni. Ci sono inoltre una Maternità, un dentista, un laboratorio e una piccola farmacia, sulla quale campeggia l’immagine di San Giuseppe. Lì vicino c’è la porta dell’ambulatorio dove lavora Abraham Akama, clinical officer (poco più di un infermiere) keniota di 27 anni, in prima linea nella trincea dell’inferno di Mukuru. «Qui i problemi sono quelli più comuni, come quelli respiratori: polmoniti, tonsilliti, dovuti anche agli sbalzi di temperatura. Quest’anno il tempo è cambiato e ci sono tante piogge che in altri anni non si vedevano. Poi ci sono le patologie gastrointestinali, soprattutto nei bambini. Il problema è che qui mancano prevenzione e igiene, anche nel cibo e nell’alimentazione, per cui è facile trovare ragazzi con infezioni o irritazioni all’apparato intestinale». Non è difficile da credere qui, dove ogni angolo di strada è un gran bazar in cui poter trovare qualsiasi cosa: dalle bombole di gas per le cucine ai ricambi per auto, dal carbone alle verdure, dai vestiti ai mobili assemblati sul momento nel giro di qualche minuto. Se si vuole un pasto al volo, tra la polvere e gli schizzi di fango, ci sono anche i carretti con salsicce e uova. 

La scuola che accoglie i figli di Mukuru 

Poi c’è la scuola, attiva da un anno circa, con 90 alunni, la cui retta si aggira intorno ai 7mila scellini (7 euro) per 3 mesi. C’è il nido che va dagli 0 ai 3 anni e una scuola primaria, dai 3 ai 7 anni di età. I bambini possono pranzare alla mensa scolastica. «Qui insegniamo agli studenti l’inglese e lo swahili, la nostra lingua ufficiale» ci racconta suor Assunta Marta, impegnata in una lezione d’inglese. «La nostra opera è molto importante - conclude suor Helene - perché qua sono troppo poveri e senza di noi non esisterebbe nessun tipo di assistenza sanitaria e i bambini non potrebbero andare mai a scuola».

Le emergenze in bidonville: elettricità, acqua e sicurezza

Le missionarie cattoliche a Mukuru raccontano anche di aver allestito un piccolo pozzo per l’acqua, che però ora non è funzionante. Un vero problema perché nella bidonville esistono due emergenze su tutte. La prima è la mancanza di elettricità, trasmessa nelle case attraverso una rete di fili e cavi, che passano esternamente e su cui qualcuno appoggia i propri indumenti da asciugare. La seconda è l’acqua, che qui si compra a peso d’oro. E’ talmente ricercata che in una delle vie più affollate spunta l’insegna di un annuncio: “Spacious single room with plenty of water” (Spaziosa stanza singola con abbodanza di acqua). L’acqua è un miraggio e il modo più sicuro per ottenerla è prenderla dai rubinetti della strada, quando c’è. Mancano anche i servizi igienici: l’unica possibilità è fare i propri bisogni nelle latrine pubbliche o direttamente per strada. E poi le strade: in Kenya il cemento ci sarebbe, arriva dalla Cina, che con le sue imprese è entrata nell’Africa subsahariana con accordi commerciali, investendo miliardi di dollari che i governi africani dovranno restituire nei prossimi anni. Grandi progetti di conquista nei quali non rientrano le famiglie delle bidonville, sull’ultimo gradino dell’ultima scala sociale del mondo. Qualcuno ora vive nelle baracche di cemento, godendo di un nuovo confort: potersi affacciare dalla finestra di notte, al sicuro dagli sguardi di chi vive la notte di Mukuru, fatta di prostituzione, spaccio di droga e rapine. 

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