Libia, dopo la strage il governo valuta la chiusura dei centri di detenzione per migranti

Il ministro degli Interni del governo Sarraj ha ammesso che non riesce più a garantirne la sicurezza. Intanto le forze del generale Haftar, sostenuto dalla Francia, accusano Salvini e "le sue politiche razziste"

Foto ANSA/AP

Il governo della Libia sta valutando la possibilità di chiudere tutti i centri di detenzione per migranti dopo il massacro avvenuto nella notte tra il 2 ed il 3 luglio a Tajoura, a pochi chilometri da Tripoli. Secondo  l'Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), gli attacchi hanno provocato almeno 53 morti, tra cui sei bambini, e 130 feriti.  L'Ocha ha fatto sapere che un missile ha colpito un garage disabitato, mentre il secondo ha centrato un hangar dove si trovavano 120 migranti. 

"Le guardie sparavano sui migranti"

Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, dopo il primo attacco missilistico le guardie del centro avrebbero costretto i migranti a restare nelle loro celle sotto la minaccia delle armi.

"In seguito all’impatto [del primo missile] alcuni rifugiati e migranti sono stati colpiti mentre provavano a scappare", ha sottolineato l'Ufficio Onu. L'Ocha ha riportato che "approssimativamente 500 tra rifugiati e migranti restano detenuti nel centro di Tajoura, molto vicino a una base militare", mentre sono circa "3.800" quelli che "continuano ad essere detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione" in zone a rischio a causa del conflitto.

Stando a quanto riferisce il Guardian, il ministro degli Interni del governo Sarraj, Fathi Bashagha, ha detto oggi che i suoi funzionari stanno discutendo della chiusura di tutti i centri di detenzione e del rilascio di rifugiati e migranti in quanto il governo di accordo nazionale (Gna) non è più in grado di garantirne la sicurezza.

Il governo di Haftar nega i raid: "Nessuna prova"

Intanto "l’altro governo" libico, quello guidato dal generale Haftar e sostenuto da Francia ed Emirati, continua a negare ogni responsabilità in merito al massacro di a Tajoura.

In una nota inviata al portale d'informazione 'Libyan Address', il generale Mohamed al-Manfour, comandante delle forze aeree dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), ha spiegato che le accuse contro l'Lna "non sono basate su alcuna prova" e ha accusato il consiglio presidenziale di aver concluso "accordi errati" che hanno provocato l' "accumulo di migranti illegali in rifugi non adatti agli esseri umani e gestiti da assassini, criminali e contrabbandieri". 

Le accuse a Salvini: "Le sue politiche hanno causato il rimpatrio dei migranti in Libia"

Al-Manfour ha messo nel mirino anche "le politiche razziste del ministro dell'Interno italiano Matteo Salvini" che "in collaborazione con l'incostituzionale consiglio presidenziale" di Fayez al-Serraj sono "la ragione principale dell'accumulo di migranti nella regione occidentale della Libia". Secondo al-Manfour, le politiche di Salvini hanno causato il "rimpatrio forzato di migranti in Libia", facendoli tornare "ancora una volta nelle mani degli stessi trafficanti di esseri umani da cui sono fuggiti" e ricollocandoli "tra carri armati e depositi di munizioni in quello che altro non è che una palese violazione delle regole basilari dei diritti umani e dei valori umani".
 

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