Silvia Romano, il racconto di due testimoni: "A Natale era viva, poi ceduta a un’altra banda"

È quanto emerso dall'incontro di oggi a Roma tra le autorità giudiziarie italiane e kenyote, con le testimonianze di due kenyoti arrestati lo scorso 26 dicembre e ritenuti esecutori materiali del sequestro

Almeno fino allo scorso Natale Silvia Romano era viva. Subito dopo però, la cooperante rapita in Kenya il 20 novembre scorso è stata ceduta a un altro gruppo di sequestratori e da quel momento non si sa più nulla di lei. È quanto emerso dall'incontro di oggi a Roma tra le autorità giudiziarie italiane e kenyote. A confermare che Romano era viva certamente fino a Natale sono stati due kenyoti arrestati il 26 dicembre e ritenuti esecutori materiali del sequestro. Al vertice nella Capitale erano presenti il procuratore generale del Kenya, Noordin Mohamed Haji e il pm titolare dell'indagine aperta a Roma, Sergio Colaiocco: durante l'incontro gli inquirenti e gli investigatori hanno fatto il punto sulla vicenda.

Sequestro Silvia Romano, il punto sulla vicenda

La ragazza è stata sequestrata nella contea di Kilifi da parte di un gruppo armato di 8 persone all'interno del centro commerciale di Chacama. Gli autori del sequestro sarebbero stati criminali locali che seguivano la cooperante da alcuni giorni. Del gruppo di 8 sequestratori, 5 sono ancora ricercati mentre i due già arrestati saranno processati il 29 e 30 luglio. C'è poi un terzo sequestratore arrestato, un somalo di 35 anni, trovato in possesso di una delle armi usate nel sequestro, il quale ha ammesso le sue responsabilità.

I Ros torneranno in Kenya

Nelle prossime settimane i carabinieri del Ros torneranno nel Paese africano e collaborare con i colleghi di Nairobi per far luce sulle sorti di Silvia Romano. Nell'ambito della collaborazione investigativa tra Kenya e Italia, durante il vertice di oggi a Roma, le autorità giudiziarie italiane si sono impegnate a fornire supporto investigativo, attraverso la Guardia di Finanza, alla autorità keniote in merito a un presunto caso di corruzione legato alla costruzione di tre dighe il cui appalto è stato vinto da una ditta romagnola.

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