Benvenuti in Turchia, la "più grande prigione per giornalisti del mondo"

Fare informazione dopo il tentato colpo di Stato avvenuto lo scorso 15 luglio è diventato impossibile: da allora sono circa tremila i giornalisti che hanno perso il lavoro e oltre 120 quelli in carcere. E la situazione è ben lontana dal tornare a una parvenza di normalità

Can Dundar dopo l'attentato dello scorso 7 maggio (Foto Ansa)

TURCHIA - Can Dundar è l'ex direttore di Cumhuriyet, giornale di opposizione turco. Da poche ore è tra i finalisti del premio Sakharov, attribuito tutti gli anni a personalità che si sono distinte nella difesa dei diritti umani. Una candidatura che sottolinea la situazione in cui oggi sono costretti a operare i media in Turchia, definita da Reporter senza frontiere "la più grande prigione per giornalisti del mondo". Oggi Can Dundar vive in Germania. In Turchia finirebbe a far compagnia agli oltre 120 giornalisti che attualmente si trovano in carcere. Oppure potrebbe rimanere vittima di un attentato come quello dal quale è scampato lo scorso 7 maggio (foto e video sotto) e dopo il quale è fuggito dal Paese.

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TUTTO INIZIO' COL GOLPE - Da quel drammatico 15 luglio, dal tentato golpe contro Erdogan, sono stati fermati o arrestati decine di giornalisti: novanta, compresi diversi scrittori, solo nelle ore successive al colpo di Stato. Decine gli organi di informazioni costretti a chiudere, 150 i siti internet oscurati. Circa tremila i giornalisti rimasti senza lavoro.

GIORNALISTI NEL MIRINO - Le prime misure prese dal governo turco dopo il fallito golpe sono state rivolte ai mezzi di informazione considerate vicine al movimento Hizmet di Fethullah Gulen, ritenuto da Ankara l'artefice del colpo di stato. Risultato: sono state chiuse tre agenzie di stampa, 16 reti televisive, 23 radio, 15 riviste e 45 quotidiani a diffusione nazionale e locale. Ma nel mirino delle autorità turche sono ben presto finiti altri mezzi di informazione di posizioni politiche critiche nei confronti dell'esecutivo, tra cui diversi media filo-curdi.

IL QUOTIDIANO DEL PKK - Diversi giornalisti del quotidiano filo-curdo Ozgur Gundem, legato al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), sono stati fermati dalla polizia lo scorso 16 agosto in un vero e proprio blitz. Da allora è in corso una mobilitazione (foto sotto) permanente in difesa del quotidiano. Stessa sorte per figure importanti del mondo culturale e letterario come la scrittrice Asli Erdogan e la linguista Necmiye Alpay, ormai in stato di fermo da diverse settimane: sono ritenute colpevoli di aver sostenuto l'organizzazione armata, perchè facenti parte della commissione scientifica del giornale.

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GIORNALISTI INDAGATI - Ma non c'è solo il carcere come punizione per chi non si è allineato all'Erdogan-pensiero: numerosi intellettuali e decine di giornalisti sono indagati per aver lavorato, in segno di solidarietà, per alcuni giorni nella sede del giornale filo-curdo. Ed è bastata quell'indagine per annullare il loro passaporto: singolare il caso di Celac Baslangic del quotidiano Cumhuriyet e di Hayko Bagdat di Diken, venuto a conoscenza del divieto di espatrio direttamente in aeroporto. E per questo fermati.

FAMIGLIARI "OSSERVATI" - Le leggi decreto emanate sulla base dello stato di emergenza in vigore dal 21 luglio scorso - e che resteranno in vigore almeno fino alla fine di gennaio - estendono questa misura anche ai familiari dei giornalisti indagati. Così ad esempio Ayse Yildirim, moglie di Baslangic e anche lei giornalista, non può attualmente lasciare il Paese. Stessa sorte per Dilek Dundar, compagna del pluripremiato giornalista Can Dundar, bloccata alla frontiera.

GLI SCOOP "ODIATI" - Tra gli scoop invisi al governo, spicca quello "a quattro mani" di Erdem Gul e Dilek Dundar che hanno raccontato al mondo delle armi inviate da Ankara ai jihadisti in Siria: entrambi non sono riusciti a recarsi a Lipsia per ritirare il premio "per la libertà e il futuro dei media" perchè Ankara "ha annullato il passaporto di chi" come loro "è sotto indagine per reati commessi contro lo stato". Al loro posto, Can Dundar che, come detto, è tutt'ora "rifugiato" in Germania.

In Turchia c'erano già grossi problemi riguardo alle libertà civili, a quelle d'espressione e alla democrazia, tutti considerati criteri fondamentali dell'Unione Europea con cui la Turchia sta ancora conducendo i negoziati di adesione. Dopo il fallito golpe del 15 luglio questi problemi sono aumentati ancora di più.

LA CHIUSURA DI TV IMC - Esemplare poi il caso della tv IMC - ritenuta una rete pluralista, femminista ed ecologista nonchè una delle rare fonti di informazione dal Sudest a maggioranza curda rivolta al pubblico turco - che era già stata bandita alcuni mesi fa dal satellite Turksat. Oltre alla chiusura, la IMC - assieme all rete televisiva Tv10, rivolta alle comunità alevite - ha assistito anche alla confisca e al trasferimento delle proprie apparecchiature alla rete statale TRT

GIORNALISTI LICENZIATI - Ma c'è un'altra direttiva pubblicata sulla gazzetta ufficiale pochi giorni fa destinata a silenziare gli ultimi giornalisti che osano criticare l'operato del governo: i giornali e le riviste che si rifiutino di licenziare i giornalisti sotto processo per un reato legato alla legge anti-terrorismo non riceveranno più gli avvisi ufficiali, che per molti media corrispondono alla propria entrata principale. Nel mirino - ancora una volta - i quotidiani che si discostano dalla linea ufficiale del governo. Risultato? Come spiega Faruk Eren, presidente del sindacato per la stampa Disk, "naturalmente questi giornali non licenzieranno i loro dipendenti, così non riceveranno più annunci e si troveranno a non poter più pagare gli stipendi e di fatto a chiudere".
 

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