L'auto resta il driver del lavoro italiano: occupa 250mila persone e fa crescere il Pil

Una ricerca della Fondazione Ergo analizza punti di forza e di debolezza del settore e spiega perché buona parte dello sviluppo italiano dipende dalla capacità delle 2.600 imprese dell'automotive di collegarsi alle grandi trasformazioni dell'economia mondiale

La bistrattiamo ingiustamente eppure, con quasi un milione di vetture assemblate da FCA e oltre 2.000 imprese di componentistica, l'industria dell'auto in Italia dà lavoro a 250.000 addetti e assicura quasi il 6% del Pil. Pochi lo sanno ma la piccola ripresa dell'economia italiana 2014/2017 è stata guidata proprio dall'auto "made in Italy" che ha messo a segno una performance notevole arrivando ad esportare negli Usa ben 150.000 pezzi l'anno pari ad un volume di 4,5 miliardi di maggiore export.

Da qualche mese a questa parte il settore dà segnali di affanno sia in Germania che in Italia e, più in generale, l'intera industria dell'auto sta imboccando una strada di profonda trasformazione del prodotto stesso verso l'elettrico, l'automazione e il fenomeno del carsharing.

Dunque quali solo prospettive di questo segmento strategico dell'industria italiana? Risposte innovative e non superficiali possono essere trovate nella cinquantina di grafici distribuiti su 44 pagine dell'analisi del Centro Studi della Fondazione Ergo scaricabile qui (http://www.ergo-mtm.it/upload/Quaderni/QA5_INDUSTRIAAUTO.pdf ). Il Quaderno mette in evidenza tre elementi poco noti:

L'industria mondiale dell'auto attraversa un momento difficile ma gli addetti ai lavori prevedono un aumento della produzione nel 2030 di circa il 20/25% rispetto ai livelli attuali. Questo aumento sarà guidato dalla Cina ma anche l'industria europea nel 2030 produrrà più veicoli di quelli oggi sfornata da ben 110 stabilimenti. La Germania l'anno scorso ha prodotto circa 500.000 vetture in meno sul 2017 con un calo del 9%. Soffre anche il premium tedesco con BMW e Mercedes che hanno registrato un calo degli utili fra il 17 e il 30%.

L'Italia vanta un settore della componentistica molto forte che registra un export superiore di 5 miliardi di euro rispetto all'import. La produzione di auto è in affanno sul versante del premium ma va bene su quella del semipremium (in particolare le Jeep e le 500X sfornate a Melfi) e sul versante dei furgoni con altre 500 assunzioni appena varate nell'abruzzese Sevel che produce il Ducato.

Che cosa fare, dunque? Per la componentistica non c'è che da raffinare il collegamento delle 2.600 imprese italiane del settore alle catene del valore internazionali. Per l'assemblaggio occorrerà seguire attentamente l'evoluzione del piano triennale di 5 miliardi di investimenti per gli stabilimenti italiani che dovrebbe aumentare la produzione di modelli premium e semipremium e adeguarli al processo accelerato di elettrificazione. 

E' fondamentale capire che le fabbriche moderne di auto, ad alta automazione, richiedono manodopera qualificata e motivata. L'industria moderna dell'auto, contrariamente a quello che si crede, aumenta il valore aggiunto del lavoro, non lo sacrifica. Quella del settore è dunque una transizione faticosa e complicata ma anche affascinante. FCA ormai fa circa l'80% dei suoi utili in Nord America ma mantine ein Italia circa 65 mila dipendenti e continua a rappresentare il 3% circa del Pil italiano. Se è vero che FCA può fare a meno dell'Italia è altrettanto vero che l'Italia non potrà fare a meno in futuro  fare a meno di FCA e dell'intera industria dell'automotive.
 

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