Elezioni comunali 2013: vince il Pd, stravince l'astensionismo

I numeri parlano chiaro: a trionfare anche ai ballottaggi è stata la "delusione" degli elettori. Secondo classificato il centrosinistra che ha inferto un sonoro 16 a 0 al centrodestra

Le comunali le ha vinte il Partito democratico. Le ha stravinte l’astensione. Queste le necessarie premesse per un paio di considerazioni confinanti. Anzi per una domanda e una valutazione sul merito. Partendo dal quesito: il Pd ha davvero vinto le amministrative? Sì. Se è vero come è vero che il corpo elettorale si è pressoché rarefatto e altrettanto vero che i democratici fanno cappotto.  In ballo undici capoluoghi di provincia, tra cui Roma; il Pd si avvia a fare l’en plein. La partita più attesa era quella che si giocava nella Capitale. Ignazio Marino, come ampiamente previsto dopo il primo turno, ha trionfato. Gianni Alemanno, non ce l’ha fatta. Nessun ribaltone, nessun miracolo in zona Cesarini. Troppi i dodici punti da recuperare e i mal di pancia dei romani per uno dei quinquenni più capitolini più discussi di sempre.

ROMA – “Ho creduto fin dall’inizio in questa candidatura, ma poi la scelta è stata autonoma e tutta di Marino perché fare il sindaco di Roma è un’impresa difficile”. Questo il commento a caldo rilasciato a Mentana da Goffredo Bettini, del Pd, che a Roma conta talmente tanto da guadagnarsi l’appellativo di “ghostwriter” dei democratici (e non manca la versione più piccante, il “burattinaio”).  Ma qual è stata la carta vincente? “Penso che abbia pagato una certa irregolarità del candidato. Marino è un uomo che ha dato una visione, con un'attenzione persino maniacale verso i problemi delle persone e poi penso abbia pagato la sua libertà”.

C’è Roma nel bottino del Pd, e ci sono tutte le altre dieci partite di peso: Imperia, Siena, Iglesias, Lodi, Ancona, Viterbo, Barletta, Avellino, le sfide facili, quelle che dopo la prima chiamata elettorale avevano vestito i panni della proforma. Anche nelle passeggiate tuttavia non sono mancati gli elementi di spicco. Due per la precisione: Carlo Capacci a Imperia, con un editto bulgaro (oltre il 75%), ha messo fine, nei numeri, all’era Scajola, l’ex ministro del Pdl che nel capoluogo ligure, in casa, ha sempre fatto il bello ed il cattivo tempo. L’altro dato riguarda Siena, dove l’effetto Monte Paschi si è fatto sentire. Il Pd, infatti, (a scrutinio in corso) ha portato a casa il Comune ma con soli 5 punti di vantaggio. In pratica si tratta della vittoria più al filo di sempre. Un risultato che sa di amaro in bocca.

BALLOTTAGGI: TUTTI I RISULTATI

BRESCIA E TREVISO – Fin qui il terreno in discesa, l’ordinaria amministrazione numerica. Poi due casi, quelli che dopo Roma faranno più sorridere tra le mura di Largo Nazareno: Brescia e Treviso. Nel capoluogo lombardo Emilio del Bono e Adriano Paroli avevano chiuso il primo turno separati da un soffio; una manciata di voti: lo 0,1%, con il ballottaggio che si annunciava al fulmicotone. E invece il divario al secondo turno si è allargato nettamente in favore del Pd, con del Bono già pronto a mettersi la fascia tricolore. A Treviso Gentilini, l’uomo forte del Carroccio, anche se ridimensionato dall’esito della prima chiamata alle urne, forte dell’asse Lega-Pdl, e di una tradizione radicata, poteva far immaginare ad una rimonta su Giovanni Manildo, del Pd. Niente da fare: il ballottaggio ha portato a 15 i punti di vantaggio dell’esponente democratico. In pratica Treviso non è più uno dei salotti buoni della Lega Nord.

LETTA A LARGHE INTESE – Chi vince sorride e il Pd non si è di certo messo la mano davanti alla bocca. Si ride quando si vince anche nel giorno in cui il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, ha certificato la tempistica di una via complicata: quella che entro il 2013 porterà il partito al congresso con regole certe (che entro un mese saranno messe nero su bianco).Tutti soddisfatti anche se qualcuno, in salsa democristiana, ci va piano. Qualcuno di peso, come il premier Enrico Letta: il risultato complessivo “va valutato nel complesso, nel primo, nel secondo turno e quello siciliano” ma è un risultato che “rafforza lo schema delle larghe intese e mi spinge e ci spinge a lavorare di più”. Il Pd ha vinto ovunque, il Pdl perde Roma, Brescia e Treviso. Ma per Letta, che in quanto a equilibrio e equilibrismi ha le spalle forti, è bene non calcare troppo la mano degli sconfitti. Gli stessi sconfitti che comunque dovranno garantire la fragile sopravvivenza del ‘governissimo’. Compromesso di nome e di fatto. E da sinistra non mancano le critiche al virgolettato, come quelle che gli spedisce il governatore della Puglia, presidente di Sel, Nichi Vendola: “Caro Enrico Letta rafforzamento larghe intese? Non scherziamo, stai guardando un altro film. Oggi vince il centrosinistra alternativo alla destra”.

PD – Cauto Letta, più vivaci gli altri. Come il renziano Graziano Delrio, ministro per gli Affari regionali, che su Twitter ha commentato: “Dalle città riparte la speranza. Il partito della gente, il partito che si occupa delle persone, riparte dai suoi sindaci”. O come Roberto Speranza, il capogruppo del Pd a Montecitorio: “Quello che si sta profilando è un risultato molto lusinghiero per il Pd e per il centrosinistra, anche al di sopra delle più rosee aspettative. Pur non sottovalutando il forte astensionismo, il successo netto di Marino è la fotografia più bella e significativa di questo turno di ballottaggio”.

ASTENSIONE – Fin qui i numeri della vittoria. Freddi. Perché quelli caldi parlano di un dato inequivocabile: in pochi, troppi pochi, hanno deciso di votare: sedici punti di percentuale in meno del primo turno (67 a 51). Se due settimane fa il dato fece un gran rumore, oggi la faccenda ha le sembianze dell’emorragia. Seguendo questa logica il Pd, anche se ha perso voti, ha vinto. Ha vinto nonostante le larghe intese e il ‘miracolo’ di Silvio sull’Imu. Ha vinto perché il popolo del Cav. è rimasto freddino alle prove di governo del centro-destro. E ha vinto perché i grillini, anche se dimezzati, hanno sposato i candidati del Pd.

Ma la voragine rimane e vien da interrogarsi. Una volta un corpo elettorale ridotto all’osso, come negli Stati Uniti, era assimilabile ad un concetto contorto: la maturità della democrazia. Regole democratiche consolidate e tutti, o quasi, a pancia piena. E il colore politico che tende a non spaccare né attirare. Una fotografia che, nell’epoca dello spread, della crisi del salario e dell’occupazione, non tiene. E allora? Allora la politica, il suo chiacchierare sul presidenzialismo, piuttosto che sull’ineleggibilità di Berlusconi, ha stancato. Come hanno stancato i continui scandali e quella sensazione che l’urgenza della classe dirigente non solo non collida ma sia distante anni luce dal tessuto sociale. Queste elezioni hanno documentato un fenomeno storico: il disgusto oramai non è più atteggiamento, si è fatto idea.

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