Una settimana al voto: cosa succede nell'Europarlamento in caso di Brexit

Il paradosso inglese: col caos Brexit si torna alle urne (con Farage verso il trionfo). Che Europarlamento ci aspetta? Lo scenario a pochi giorni dalle elezioni europee

L'Europarlamento. Foto Ansa

Ora che la data limite per l'uscita del Regno Unito dall'Ue è stata spostata prima dal 29 marzo 2019 al 12 aprile e poi al 31 ottobre prossimo (la notte di Halloween), il Parlamento Europeo all'inizio della prossima legislatura avrà 751 membri, esattamente come oggi. La Gran Bretagna, in qualità di Stato membro a tutti gli effetti - sia pure intenzionato a lasciare l'Ue -, parteciperà alle elezioni europee del 23-26 maggio, mandando a Strasburgo 73 eurodeputati.

E' probabile che non pochi europarlamentari britannici saranno del Brexit Party fondato da Nigel Farage, molto forte nei sondaggi, con quello che ne consegue per gli equilibri politici all'interno dell'Aula. Se l'accordo di ritiro del Regno Unito dall'Ue, già bocciato tre volte dai Comuni, venisse approvato tra il 23 maggio e il 30 giugno, allora i 73 europarlamentari eletti nel Regno Unito non si insedierebbero neppure (il Parlamento si insedia il 2 luglio). A questo punto verrebbe convocata una miniplenaria ad hoc, nella formazione dell'ottava legislatura, per ratificare l'accordo di ritiro.

I seggi da redistribuire agli Stati membri

Quando e se i britannici usciranno dall'Ue, con o senza accordo, i 73 seggi del Regno Unito verranno in parte redistribuiti e in parte messi nel 'freezer', in attesa di distribuirli a nuovi Stati membri: il numero complessivo dei seggi nell'Aula scenderebbe così a 705. Subentrerebbero, a questo punto, i primi dei non eletti nei Paesi che hanno diritto a una parte di quei seggi, quelli che si è deciso di redistribuire.

Se la Brexit avverrà dopo il 2 luglio, data di inizio della nona legislatura, l'accordo di ritiro verrà ratificato, lato Ue, dal prossimo Parlamento, nel pieno delle sue funzioni. I seggi ex britannici non accantonati, ricorda il Parlamento Europeo, verrebbero redistribuiti così: 5 alla Francia (che salirebbe a 79), 3 all'Italia (76), 5 alla Spagna (59), uno ciascuno a Polonia e Romania (52 e 33), 3 all'Olanda (29), uno ciascuno ancora a Svezia (21), Austria (19), Danimarca (14), Slovacchia (14), Finlandia (14), Croazia (12) ed Estonia (7), due all'Irlanda (13). Rimarrebbero come sono oggi i seggi di Germania (96), Belgio, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria e Portogallo (21), Bulgaria (17), Lituania (11), Lettonia (8), Slovenia (8), Cipro, Malta e Lussemburgo (6).

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Cosa possiamo aspettarci dal voto nel Regno Unito? Le elezioni che non si dovevano fare alla fine si faranno e saranno una sorta di secondo referendum sulla Brexit. O meglio, su come la Brexit è stata gestita dai principali partiti, a cominciare dai Conservatori, che a tre anni dal referendum nel quale i britannici scelsero l'uscita dall'Unione europea, non sono stati capaci di dare seguito alla volontà degli elettori. Non sorprende quindi che, secondo i sondaggi, sarà proprio il partito della premier Theresa May a pagare il conto più salato. I Tories sono al momento accreditati di una percentuale che oscilla tra il 9% e il 13%, rischiando di uscire dalle urne come il quarto o il quinto partito.

Un vero e proprio crollo, dopo quello delle recenti amministrative, del quale però non sembrano beneficiare i Laburisti di Jeremy Corbyn, accreditati di una percentuale che varia dal 15% al 20%, troppo poco per un partito che ha ambizioni di governo. Se i Conservatori della May pagano le incessanti divisioni tra l'ala euroscettica (i Brexiteers) e quella pro-Ue (i Remainers), che hanno portato all'impasse politico degli ultimi mesi, il Labour paga soprattutto l'atteggiamento ambiguo sulla Brexit. Da un lato, Corbyn ha sempre sostenuto di voler rispettare il risultato del referendum del 2016, consapevole che in molti collegi l'elettorato laburista si schierò per la Brexit. Dall'altro, non ha voluto rompere del tutto con la componente pro-Ue del partito, pur non spingendosi al punto di concedere un secondo referendum.

Perché Nigel Farage potrebbe trionfare alle prossime elezioni

Se Corbyn appare tuttavia solido nella sua leadership, la May rischia invece di cadere subito dopo il voto europeo. A beneficiare di questo caos è il trionfatore delle elezioni europee del 2014 e del referendum del 2016: Nigel Farage. Scomparso per un po' dai radar politici, Farage è stato letteralmente resuscitato dai ripetuti fallimenti dei Conservatori. Il suo nuovo Brexit Party veleggia in testa ai sondaggi con il 35% dei consensi e potrebbe accaparrarsi una buona fetta dei 73 seggi che spettano al Regno Unito.

Il messaggio di Farage è chiaro (anche se avaro di dettagli, ed è proprio sui dettagli che la Brexit è andata finora storta): il risultato del referendum è stato tradito. Farage sembra destinato a raccogliere il voto di quanti, da destra soprattutto, ma anche da sinistra, non accettano che a tre anni dal referendum il Regno Unito faccia ancora parte della Ue, al punto da essere 'costretto' a partecipare al voto europeo. Che poi lo strumento per esprimere questo malcontento siano le elezioni per il rinnovo dell'Europarlamento, è uno dei tanti paradossi della Brexit.

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Nei sondaggi sulle europee del 22 maggio il suo partito in Gran Bretagna è passato avanti a conservatori, laburisti e liberali. Eurodeputato dal 1999, Nigel Farage è il leader dell'Ukip, Partito per l'indipendenza del Regno Unito, che sta conquistando sempre più consensi cavalcando l'eurofobia dilagante tra i sudditi di sua maestà

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