Bersani e il nuovo governo: "Non c'è un piano B"

Bersani, Grillo, Alfano, Monti, nessuno ha una exit strategy per formare l'esecutivo. E il problema è che i vari "piani A" non si parlano tra loro

L’affaire Senato-governabilità-Italia è sempre più complicato e per adesso, all’orizzonte, un medico con tanto di laurea in mano non si vede. Ad indossare il camice bianco ci proverà Pierluigi Bersani che nel pomeriggio di ieri ha avuto il via libera dalla direzione nazionale del Pd. Nove ore di dibattito aperte e chiuse dal segretario, una telecamera fissa sul podio nella sede di Largo Nazareno, la maratona degli interventi (hanno parlato praticamente tutti tranne Matteo Renzi), un voto rapido: tutti favorevoli, meno un astenuto. E una certezza, scandita a chiare lettere dal candidato premier del centro – sinistra: “Non c’è un’ipotesi B”. L’alfabeto dei democrat per adesso si ferma alla A. Nessun piano alternativo. “Il sentiero è stretto”, dice ai suoi Bersani, e “forsennato di sbarramenti. O saremo in grado di superarlo o si sgombererà dalla nebbia”. Un stradina di montagna, segnata da 8 punti, da un governo di minoranza o di scopo. Una via piena di curve, che nei piani del segretario dovrebbe far breccia nell’elettorato del Movimento 5 Stelle più che nel suo condottiero.

Bersani si gioca l’ultima carta e si appella alla “responsabilità” parlamentare dei neo eletti M5S. O l’intesa o la chiarezza sul gioco delle parti, non la morte. Anche perché sottolinea sicuro Bersani, “noi non scompariamo, abbiamo il triplo degli eletti di Grillo e il doppio della destra. Non ci sono sogni di governabilità senza il Partito Democratico e gli altri non offrono di meglio”. Torna sul blogger genovese: “Davanti al Paese ognuno si prenderà le sue responsabilità e anche chi ha avuto un consenso di 8 milioni elettori e ha scelto la via parlamentare deve dire cosa vuole fare”. Più che Grillo sembra rivolgersi ai grillini, avvertendoli: il Pd non accetta “accordi spuri” né ha intenzione di recitare il ruolo del bersaglio, facendosi “sparare a palle incatenate”.

NO A BERLUSCONI – In quest’ottica un governissimo politico sull’asse destra-sinistra non è in agenda: “Non si governa con chi ci ha portato in questa situazione”. Si tratta dell’unico paletto che Bersani e il Pd inviano al Colle. Con una postilla su uno scenario sempre più chiacchierato, il governo del Presidente: “C’è il Capo dello Stato e a chi dice ‘governo del presidente’ lo dice il lessico che non spetta a noi anche se bisogna intendersi su che cosa vuol dire”. Cauto con Napolitano chiarissimo con Berlusconi, quella strada è sbarrata. Non a caso il Cavaliere, vista l’impossibilità di larghe intese, ricusando l’ipotesi tecnica, punta a nuove elezioni.

Tutti d’accordo tranne Massimo D’Alema, che ieri si è defilato invocando un governo di unità nazionale con un Pdl potato o spuntato da Berlusconi. Proposta accolta in sala da un clima gelido, polare. Ma la ‘requisitoria’ dell’ex premier non si è fermata qui. Quando durante la discussione ha sentito parlare di rinnovamento (o ‘rottamazione’), con quel sapore un po’ troppo “semplicistico”, ha mollato il colpo: “Un signore di 65 anni che fa le riunioni a porte chiuse e prende a calci i giornalisti, tutte cose molto vecchie, appare più nuovo di noi”.

LE REAZIONI – La stroncatura al piano A di Bersani arriva da Beppe Grillo quando ancora la direzione nazionale è in seduta. Nessun accordo tuona il blogger genovese, nessun “mercato delle vacche grasse”. Respinge il mini programma Bersani non per bocca sua ma attraverso le parole del Nobel Dario Fo: “Il M5S non è in vendita”. Nessuna collaborazione con “i manovratori centro-sinistra” che  portano avanti “il solito modo puttanesco di fare politica” e la logica “del bell'inciucio con tangente che premia la società dei furbacchioni”. E ancora: “Fermi lì! Attenti che la manfrina del gatto e la volpe la conosciamo già da tempo. Mi dispiace per voi cari maestri dello sberleffo ma stavolta la danza è un’altra, è cambiata l’orchestra, i musici e anche i ballerini e non è più il tango col casquè ma un Rock”. Fo cita Celentano, i commenti degli internauti si allineano e concordano. Grillo incassa e porta a casa.

Non tarda neppure la reazione del Pdl. Berlusconi tace (anche se a Ballarò aveva scandito bene la necessità di una nuova chiamata alle urne), parla Alfano che sul governissimo non si da per vinto: “Il Pd rischia di portare l’Italia allo sfascio. Noi li invitiamo a riflettere”. In giornata poi arriva l’ultima grana per Bersani. Quella che gli lancia il premier uscente Mario Monti e che sega nei fatti un asse Pd – M5S. Meglio nuove elezioni: “Nessuna forza politica, neanche quella che si è più affermata (Grillo) appare lontanamente in grado di risolvere i problemi” del Paese. Alla fine di una 24 ore convulsa, il dibattito va avanti a singhiozzo, a colpi di no incrociati: quello del Pd a Berlusconi; di Grillo al Pd; di Monti ai 5 Stelle. Nel mezzo, con il camice bianco, Bersani, che in poco tempo e pochissimo spazio, si gioca tutto.

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