Candidati M5s "sfiduciati" da Di Maio: rinuncia impossibile, difficile anche dimettersi

Nonostante le rassicurazioni di Luigi di Maio, i candidati M5s in odor di massoneria o finiti nel turbine di rimborsopoli (se eletti) non potranno rinunciare al seggio: unica strada le dimissioni che però dovranno essere approvate dal Parlamento, cosa tutt'altro che scontata (l'ex senatore pentastellato Vacciano ha cercato di dimettersi per quattro anni)

Rimborsi non restituiti, candidati iscritti a logge massoniche, beghe giudiziarie: sulle liste elettorali del Movimento 5 stelle si è detto e scritto tanto, e per disinnescare quella che appariva una bomba ad orologeria in vista delle elezioni il capo politico pentastellato Luigi Di Maio ha voluto rassicurare come i candidati a cui è stato inibito l'uso del simbolo a 5 stelle sarebbe stato chiesto di rinunciare al seggio.

"Chiederemo a queste persone di rinunciare alla proclamazione, cosicché tutti i cittadini possano votare serenamente il movimento perché comunque non verranno elette".

Peccato che questo sia giuridicamente impossibile ed anche le dimissioni siano tecnicamente difficili. In poche parole, una volta presentate le liste dei candidati al Ministero dell'Interno questi nomi diventano praticamente blindati proprio per garantire la libertà dei rappresentati eletti dai cittadini dalle pressioni dei partiti. Ma andiamo per ordine.

Elezioni, rinuncia al seggio

Un candidato può rinunciare alla candidatura, ma ha questa facoltà possibilità solo fino alla scadenza della presentazione dei candidati (Dpr 361/1957, art. 22 comma 6 ter). Come ricorda bene l'associazione Openpolis la rinuncia alla candidatura può essere ricusata dalla Corte d'Appello rendendo inutile ogni pezzo di carta fatto firmare. 

Di Maio inoltre quando parla di rinuncia alla proclamazione omette di chiarire come questo sia un passaggio tecnico in cui i magistrati che compongono gli uffici elettorali circoscrizionali e regionali possono escludere solo i candidati che non rispettano i requisiti della legge Severino (condanne in via definitiva per reati con pene superiori a due anni).

Nel caso dei candidati M5s messi alla berlina per mancati versamenti, appartenenza alla massoneria, affittopoli, i casi riguardano solo regole interne del movimento 5 stelle.

Elezioni, dimissioni da parlamentare

Tornando al caso dei candidati del Movimento 5 stelle a cui Di Maio ha precluso l'utilizzo del simbolo motivando l'espulsione dal Movimento per non aver rispettato le regole interne, essendo decaduti i termini per la rinuncia alla candidatura, se eletti dai cittadini il prossimo 4 marzo potranno solo essere indotti a dare le dimissioni da parlamentare dopo la proclamazione. E in questo caso il percorso è tutt'altro che scontanto.

Secondo il regolamento del Parlamento un deputato o senatore eletto può dare le dimissioni, o se nominato ad una carica incompatibile con il mandato (e in questo caso l’accettazione delle dimissioni è quasi automatica), o per motivi personali. 

In questo caso l’iter prevede che la richiesta di dimissioni debba essere calendarizzata e poi approvata a maggioranza dalla camera di appartenenza con voto a scrutinio segreto: Camera e Senato possono anche respingere le dimissioni e il parlamentare rimane in carica.

Perché la storia delle false donazioni ha già azzoppato il M5s

Il costituente voleva evitare che deputati e senatori lasciassero il posto dopo aver subito delle pressioni, magari per far entrare eletti più fedeli alla linea del partito. Le recenti dichiarazioni di Luigi Di Maio che ventila denunce per danni di immagine fanno pensare che le camere bocceranno la richiesta di dimissioni.

Un fatto tutt'altro che irrituale: nell'ultima legislatura su 53 parlamentari che hanno avanzato domanda di dimissioni, 8 parlamentari non sono riusciti a dimettersi e 7 erano stati eletti con il M5s.

L'ex senatore M5s Vacciano ha cercato di dimettersi per 4 anni

Il record di tentativi è detenuto da Giuseppe Vacciano, senatore eletto con il M5s e poi passato al gruppo misto, che ha visto bocciata la sua richiesta per 5 volte. A seguire Giovanna Mangili e Cristian Iannuzzi, anche loro eletti con i 5 stelle, per 2 volte ciascuno. L'unico non 5 stelle a comparire nell'elenco dei "bocciati" è Walter Tocci (Pd), che aveva presentato le dimissioni per un contrasto con la maggioranza sul Jobs Act.

Come rileva sempre Openpolis ad accomunare questi casi sono le dimissioni date per dissenso dal gruppo di appartenenza. Quindi questi precedenti lasciano immaginare che i candidati coinvolti nei casi, anche se davvero decidessero di dimettersi, probabilmente resteranno in carica per tutta la durata della prossima legislatura.

Tutti i candidati del Movimento 5 stelle 

Tornando ai numeri della 17esima legislatura appena conclusa delle 53 richieste di dimissioni presentate, 32 sono state "automatiche" per incompatibilità, 8 respinte e solo 13 approvate dalle camere perché i dimissionari hanno giustificato la loro rinuncia al seggio con un nuovo incarico, legalmente non incompatibile ma ritenuto inconciliabile: per impegni accademici Enrico Letta (Pd) e Raffaele Calabrò (Pdl, poi Ncd) così come l'ex ministro Massimo Bray (Pd);  Ignazio Marino e Dario Nardella (Pd) si sono dimessi per candidarsi a sindaco di Roma e Firenze.

In conclusione, come abbiamo visto, la rinuncia imposta da Di Maio ai propri candidati "disonorevoli" per il Movimento 5 stelle non solo non è prevista dalla legge, ma anche dopo la proclamazione le eventuali dimissioni dal seggio sono tutt'altro che scontante.

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Commenti (2)

  • E' una onestà che deve essere ancora messa alla prova. Spesso chi si loda s'imbroda.

  • .... purtroppo,anche la loro onestà può fare ben poco di fronte a leggi ingiuste....

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