Governo lumaca, meno sedute alla Camera e tante leggi “al palo”

Dopo oltre un anno di lavoro il governo Lega-M5s ha approvato 61 provvedimenti, mentre l'esecutivo precedente viaggiava ad una media di 75 l'anno. In calo anche le sedute alla Camera, mentre restano nel cassetto delle misure “chiave” come le chiusure domenicali o il salario minimo

Foto di repertorio

Dal Governo del cambiamento a quello della lentezza il passo non è poi tanto lungo. E se i 38 giorni di ferie a disposizione dei deputati hanno suscitato un vespaio di polemiche, non andrà meglio osservando le statistiche dell'esecutivo sul numero di riunioni, sui provvedimenti approvati e sulle leggi, bandiera e non, rimaste nel cassetto. 

Confrontando l'attuale legislatura con quella precedente, si nota subito una grande differenza: nel periodo tra 23 marzo 2018 al 12 luglio 2019 le Camere hanno approvato 61 provvedimenti, mentre tra il 2013 e il 2017, le leggi (ma non solo) approvate sono state 379, con una media di 75 l'anno. Il governo Lega-M5s perde anche il confronto sulle sedute in assemblea. Sempre tenendo conto dei dati di Montecitorio, fino a luglio la Camera si era riunita 101 volte, per un totale di 485 ore e 21 minuti: di queste, 300 sono state dedicate all'attività legislativa, 112 per mozioni e attività di servizio e 73 per altro.

Ovviamente, fare un confronto diretto con il 2014, secondo anno della precedente legislatura, non è possibile, considerando che per il governo gialloverde abbiamo soltanto dei dati parziali, mentre per i predecessori partiamo da un dato su base annua che tiene conto di tutti e 365 i giorni. Ma osservare i numeri fa comunque notare un gap difficile da colmare per Salvini e Di Maio: nel 2014 le riunioni dell'assemblea di Montecitorio erano state 210, per un totale di 1060 ore di seduta, di cui 682 per attività legislativa. Più del doppio.

E se andiamo un anno indietro? Anche il confronto tra il 2013 e il 2018 è impietoso: il governo Letta si insediò a 44 giorni dalla prima riunione delle Camere, mentre quello di Conte ci ha messo 68 giorni. Una differenza di quasi un mese di cui va sicuramente tenuto conto, che ha “rubato” tempo alle attività da portare avanti. Fatta questa semplice premessa, va detto la precedente legislatura accumulò entro il 31 dicembre 2013 circa 790 ore di riunioni in 146 sedute, mentre nel primo anno del governo del cambiamento (ossia fino al 31 dicembre 2018), le sedute sono state 106 e le ore 536. Se il confronto per quanto riguarda la Camera è semplice, non si può dire lo stesso per il Senato visto che con il nuovo regolamento assemblee e commissioni si riuniscono a settimane alterne. 

Le leggi rimaste nel cassetto

Al di là del numero di ore o di sedute, che possono essere relativi, in quanto conta anche come vengono sfruttate, è sotto gli occhi di tutti il fatto che ci siano moltissimi provvedimenti, alcuni dei quali sono cavalli di battaglia dei partiti al governo, rimasti ancora al palo. Eccezion fatta per reddito di cittadinanza e quota 100, la flat tax tanto voluta dalla Lega è ancora in fase di studio, mentre dopo oltre un anno di attesa, sembra arrivata finalmente la legge in tutela del lavoro dei rider. Oltre a queste, hanno subito una pesante battuta d'arresto anche altri provvedimenti, come il salario minimo, le aperture domenicali o il taglio dei parlamentari. Con la chiusura per ferie, molti di questi provvedimenti verranno ridiscussi e (forse) tramutati in legge, soltanto da settembre.

Per quanto riguarda il salario minimo garantito, grande battaglia del Movimento 5 Stelle, Di Maio ha cercato l'appoggio del Pd, visto che la Lega non è apparsa così favorevole al provvedimento. I 5 stelle attendono un sì da Salvini, intanto la misura rimane impantanata al Senato. Discorso inverso per il ddl Pillon, criticato proprio dai pentastallati e rimandato a settembre quando verrà riscritto dallo stesso Pillon. Un altro provvedimento che tiene banco da oltre un anno senza aver trovato sbocchi concreti è quello sulle chiusure domenicali: le posizioni discordanti su questo tema tra Lega e 5 stelle hanno avuto come unico risultato la necessità di ricominciare la discussione da capo. Rimandato a settembre anche il via libera definitivo della riforma costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari. Il provvedimento, attualmente in discussione alla Camera, è stato inserito nel calendario dell'Aula per la discussione generale per il 9 settembre con inizio delle operazioni di voto previsto per il 10 settembre. 
 

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