Dopo Bossi: Lega "di lotta" o "di governo"?

E' la risposta a questa domanda che segnerà il futuro della Lega Nord. Ma prima del Congresso di ottobre, ci sono le amministrative che diranno se l'asse Maroni-Tosi può essere vincente

Le "dimissioni irrevocabili" del senatùr aprono una doppia partita. La prima: interna al partito. La seconda: con la base. Partiamo dalla seconda. La sua rinuncia alla guida della Lega Nord, oltre a chiudere una vera e propria era, per molti leghisti è un momento quasi tragico. In fondo, il popolo della Lega Nord era il popolo di Bossi.

"Bossi è la Lega, la Lega è Bossi". Quante volte abbiamo sentito ripetere questo motto? Una piccola parte del popolo leghista ieri ha voluto essere vicina al leader. E, di riflesso, quasi come per difendere il senatùr, si è come sentita in dovere di attaccare, di contestare, Roberto Maroni all'uscita dalla sede di via Bellerio. "Traditore" l'insulto più frequente a chi, da molti, viene indicato come il successore alla guida della Lega Nord.

E qui veniamo alla prima partita. Cosa ne sarà ora del Carroccio? Lo scontro non si è aperto certo ora. Lo scandalo ha solo fatto precipitare una delle due parti in contesa. La domanda era: sarà una Lega "di lotta", di "pancia", ergo "bossiana", o una Lega "di governo", ergo maroniana. Staremo a vedere. Solo il Congresso di ottobre sancirà la parte che uscirà vincitrice.

Ora è tutto nelle mani della gente leghista, delle elezioni amministrative alle porte che diranno se la Lega Nord pagherà il prezzo di questo scandalo fino al Congresso di ottobre. Intanto il futuro si chiama triumvirato: Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Manuela Del Lago. Lo sfidante, un bossiano doc e una veneta. Le tre anime della Lega Nord. Insieme. Ma solo fino a Congresso. Un Congresso al quale, secondo Maroni, si arriverà "con una candidatura unica". Come dire: questi mesi, le prossime amministrative e i congressi regionali sanciranno chi sarà a guidare la Lega Nord nei prossimi anni, il Congresso sarà una formalità.

Il futuro è Maroni? - Evidentemente Maroni è convinto che l'asse con Flavio Tosi, l'idea di aprire a liste civiche che accompagnino il Carroccio nelle sfide elettorali, imbarcando quindi politici di altra impostazione (vedi Pdl o ex Pdl) sarà vincente su tutti i fronti. Ed è qui che la base leghista non ci sta. I "rinnovatori" di Maroni, per molti, sono i "traditori". Per questo Maroni, a caldo, ci tiene a precisare che "dal punto di vista giudiziario, sarà quel che sarà. Ora si deve pensare al partito, fare pulizia senza guardare in faccia a nessuno". Quanto a Bossi, le sue dimissioni sono state "un grande atto di dignità e coraggio. Ancora una volta ci ha salvato. Lui ha proposto i nomi dei tre reggenti. Ed è stato lui a dire che il congresso va fatto a ottobre". Umberto, aggiunge Maroni non rispondendo alla domanda su una sua eventuale candidatura a segretario, ma nemmeno smentendo, "non può mettersi in disparte, anzi, io gli ho detto: 'se ti ricandidi avrai il mio voto'". 

Si chiude all'attacco - Quanto agli alleati, Umberto Bossi decide di difendersi attaccando: "Si è rotta l'alleanza con Pdl ed è successo tutto questo. E' un caso? No, non lo è". Da qui a Roma il passo è breve: tutta l'inchiesta, per il senatùr, è organizzata "nel timore che noi sequestrassimo i voti del Nord e a Roma l'unica cosa che pensano è sopravvivere con i soldi del Nord, è tutto organizzato". Quindi, la magistratura: "La Lega è sotto l'occhio di Roma farabutta, che ci ha mandato questo tipo di magistrati".

 

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