Legge elettorale, scoppia il caso "fuorisede"

Nella nuova legge elettorale non è stato preso in considerazione il voto di mobilità: il problema riguarda un milione di persone

La riforma della legge elettorale, l’Italicum, sta tenendo inchiodato il dibattito politico. Dentro i confini dell’accordo Renzi – Berlusconi (IERI la commissione Affari Costituzionali ha dato il via libera al testo base) c’è posto per i tecnicismi sulle soglie di sbarramento e la quota da raggiungere per accedere al premio di maggioranza. E ancora, i battibecchi sulle preferenze, la dicotomia, quindi, tra liste bloccate o aperte. C’è poi spazio per la polemica di Grillo che accusa Napolitano, il sindaco e il Cavaliere (che non è l’inizio di una barzelletta) di aver messo a punto uno stratagemma per far fuori il Movimento 5 Stelle. E quella della minoranza del Pd, dimissioni di Cuperlo annesse. Ci sono i problemi della Lega Nord e i ventilati decreti salva Carroccio. C’è la necessità di Alfano di tornare a casa, dal Capo, senza il cappello in mano e la coda tra le gambe.

E di più, molto di più: c’è di mezzo la sopravvivenza del governo Letta. Il tutto condito da un eterno ritorno, quello di Silvio Berlusconi che ha nuovamente allungato le mani sull’esecutivo. Sì, perché la visita del Cav nella sede del Pd, al Nazareno, ha inevitabilmente innescato una serie di variabili che hanno rimesso in discussione l’intero: dai franchi tiratori (il caso Prodi ha fatto scuola) alla grazia a mezzo Colle. Incluso l’effetto domino se il banco dovesse saltare. Causa – Effetto: il tutti a casa prima, le urne dopo. In primavera o ad inizio estate.

Insomma, di carne al fuoco ce n’è abbastanza. E tuttavia ne manca sempre un pezzo. O meglio, circa un “milione” di ‘pezzi’. In pratica nella bozza d’intesa non è stato preso in considerazione il voto di mobilità. Che non è roba da poco. E merita di essere spiegata.

Il grido d’allarme sul metodo è stato lanciato dal Comitato Iovotofuorisede, nato nel 2008 in concomitanza con le elezioni Europee: “La nuova legge elettorale non può lasciare fuori dalla democrazia oltre un milione di cittadini che si trovano a vivere temporaneamente lontano dalla propria città di residenza, quasi sempre per motivi di lavoro o di studio”.

Ora, un conto è l’astensionismo per scelta, un altro è l’andare al mare per disinteresse. Un altro ancora è negare la possibilità del voto ai fuori sede. Che non vuol dire vacanza ma, come sottolinea Stefano La Barbera, presidente del Comitato, “dinamismo e competitività della nostra economia”. Che è un po’ come dire: se al Sud il tasso di disoccupazione è così elevato da spazzare via il futuro, e la migrazione non è una risorsa ma una via obbligata, perché l’ulteriore beffa, la negazione cioè dell’urna elettorale?

Il riferimento geografico, in questo caso, non è casuale. Sì perché il conto del Comitato si è strutturato proprio lungo l’asse, antica, Sud-Nord. “Dagli archivi elettorali degli ultimi 5 anni abbiamo riscontrato che c’è una fetta di popolazione del Sud, circa un 5% (il milione, appunto), che per lavoro o studio si è spostata verso il Nord senza tuttavia mutare residenza. E che per problemi logistici, non vota”.

Da qui la proposta del Comitato. Per via di un emendamento già depositato nella precedente legislatura e ripresentato nell’attuale. Si tratta, in pratica, del modello danese: “L’emendamento, se approvato, aprirebbe la possibilità ai fuori sede del voto anticipato. Il voto vero e proprio si svolgerebbe in prefettura, in un seggio vero, presidiato dalle forze dell’ordine, dove il cittadino è domiciliato. Il tutto con l’ok del comune di residenza. E senza problemi tecnici di rilievo, visto che i voti poi sarebbero scrutinati all’interno della circoscrizione di residenza del cittadino. Cioè in quelle stesse liste elettorali dove è regolarmente iscritto”. Esempio: voto a Milano, la scheda torna a Napoli e lì viene conteggiata.

Il tema c’è ed è sentito. Non è un caso che l’iniziativa lanciata da Iovotofuorisede, una petizione online per il diritto di voto, sia stata già firmata da 13mila cittadini. Il tutto, senza lo straccio di una campagna pubblicitaria vera, capillare. Anche perché, oramai, “solo l’Italia non prevede il voto a distanza all’interno dei propri confini nazionali. In Europa questa categoria di cittadini è tutelata da apposite leggi”.

“Quello che non capiamo – continua La Barbera – è il perché all’estero sì e fuori sede no. Noi più che mai, ora che il tema è caldo ed è in discussione, andremo avanti nella nostra battaglia di civiltà. Contiamo nell’impegno di Scelta civica, i più attivi nel portare aventi l'idea dell'emendamento visto che ad inizio mese hanno depositato il Ddl 1926. E nelle aperture del Movimento 5 Stelle e del Pd. Vedremo. Ripeto, motivi tecnici di intralcio non ci sono. Da qui in poi si tratta solo di volontà politica, che in cinque minuti potrebbe correggere un problema che pesa sulla testa delle persone che non hanno voce”.

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