Processo a Di Maio, Grillo a Roma e c'è chi invoca il "Dibba"

Sotto accusa la leadership di Luigi Di Maio, ma il verdetto di Rousseau ha sconfessato soprattutto la linea filo-Pd cara alla sinistra pentastellata che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico. Nel Movimento è ormai un tutti contro tutti

Il ministro degli Esteri e capo politico del M5S, Luigi Di Maio, rilascia dichiarazioni ai giornalisti all'esterno di Palazzo Chigi, Roma, 21 novembre 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Diciannovemila no contro ottomila sì: con il voto di poco più di un quarto degli aventi diritto la base del Movimento 5 stelle affonda in un solo colpo la linea politica e la dirigenza pentastellata. Niente pausa per preparare gli Stati Generali, il "cambiamento" dovrà avvenire di corsa. E così anche Beppe Grillo, dopo settimane di silenzio, è pronto a battere un colpo.  

Secondo quanto apprende l’agenzia Agi il garante del M5s è atteso a Roma nelle prossime ore per mettere un freno al caos che regna nel Movimento: sotto accusa la leadership di Luigi Di Maio ma il verdetto di Rousseau ha sconfessato soprattutto la linea filo Pd cara alla sinistra pentastellata che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico.

Nel Movimento è ormai un tutti contro tutti e la resa dei conti potrebbe avvenire ancor prima delle elezioni regionali del prossimo 26 gennaio 2020. Se in Emilia Romagna il Movimento 5 stelle è in predicato di non raggiungere neppure il 10% dei consensi, anche in Calabria il candidato civico promosso da Di Maio dovrebbe scontrarsi contro un centrodestra già in predicato di vittoria visti i bassi consensi accreditati alla maggioranza uscente guidata dal governatore Pd Mario Oliverio.

Intanto una assemblea degli eletti M5s è stata convocata per mercoledì 27 novembre a partire dalle 20.30 per un "aggiornamento della situazione politica". Per il capo politico Luigi Di Maio sarà l'occasione per vedere in faccia quanti lo accusano.

In panchina i 5 stelle hanno un solo uomo: Alessandro Di Battista. Il pasionario pentastellato è in silenzio da un mese, complice anche il grave lutto che lo ha colto pochi giorni fa. Ma ora da più parti nel movimento si invoca il suo nome. "Tocca ad Alessandro"

Caos M5s, Fico: "Urgente riflessione su organizzazione e identità"

Nel processo che si è aperto nel Movimento 5 stelle è forte la voce del presidente della Camera Roberto Fico, esponente dell'ortodossia pentastellata. "Quello che urge è un momento di riflessione importante sul Movimento rispetto all'organizzazione, ai temi, all'identità e al posizionamento generale nel futuro di questo Movimento. Dobbiamo farlo, è urgente, non è un qualcosa che si può rimandare".

Ma staffilate verso la leadership pentastellata sono arrivati anche da un altro maggiorente del Movimento, il senatore Nicola Morra che Radio24 ha rilanciato una riforma in senso collegiale. 

"Il voto di ieri su Rousseau dimostra che l'uomo solo al comando scoppia, c'è la necessità di gestire il Movimento in maniera più collegiale e plurale". 

La "faraona" del Movimento 5 stelle romano e vicepresidente del consiglio regionale del Lazio Roberta Lombardi rilancia in un durissimo post su Facebook l'uso della piattaforma Rousseau per le decisioni da prendere in futuro: "Usiamo Rousseau per davvero, non come scudo dietro cui nascondersi! E non per procrastinare la presa di coscienza dell'inevitabile, ovvero che il ruolo del Capo oolitico singolo ha fallito e che l'unica grande riappropriazione della propria identità è lavorare come intelligenza collettiva, riconoscendola e rispettandola".

Ancora più duro il senatore Emanuele Dessì che si rivolge direttamente al leader pentastellato. "Luigi, ora basta"

"Arriva sempre il momento, per ognuno di noi, di guardarsi allo specchio e ammettere che nonostante gli enormi sforzi fatti, il grande lavoro prodotto, stiamo fallendo. Abbiamo sbagliato? Sì, tutti e tanto, soprattutto quando abbiamo pensato che bastasse uno di noi, il più bravo, per condurre il Movimento. Non è cosi".

"Gli uomini soli al comando, nei gruppi come il nostro, non funzionano. Non mi piaceva Berlusconi, non mi piaceva Renzi, non mi piaceva Salvini... ma il quel ruolo non piace neanche Luigi Di Maio - continua lo sfogo del senatore di Frascati - Noi dovevamo e dobbiamo essere qualcosa di diverso. Dovevamo e dobbiamo dare un segnale di cambiamento, soluzioni innovative, nel merito ma soprattutto nel metodo".

Ma a descrivere la maionese impazzita pentastellata è anche l'analisi del deputato Giorgio Trizzino che - a differenza di chi sostiene l'ortodossia di un movimento capace di presentarsi da solo alle urne - predica la costituzione di un fronte comune con le forze di centrosinistra ma arrivando a chiedere le dimissioni di Di Maio. 

"Dobbiamo dialogare con le forze di centrosinistra per fare fronte comune. Solo così ce la potremo fare ma a condizione che, come fece il Re d'Italia dopo la sconfitta di Caporetto, si cambi lo Stato Maggiore dell'esercito"

La maggioranza si spacca sul Mes

Se il Movimento 5 stelle barcolla dopo il knockout nella maggioranza si apre una frattura sulla riforma del Mes. Nel corso del vertice a Palazzo Chigi sulla revisione del cosiddetto Fondo Salva-Stati il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri non avrebbe mancato di sottolineare quello che lui stesso, e l'intero Pd, considerano un paradosso: trovarsi a difendere e spiegare una riforma attaccata da chi nell'estate scorsa l'aveva negoziata e firmata.

Leu e M5s da una parte, Pd e Italia viva dall'altra, il meccanismo europeo di stabilità registra la spaccatura della maggioranza, e l'aggiornamento del tavolo a data da definire.

A quanto apprende l'agenzia Dire, il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ha ribadito convintamente la necessità di riformare il Mes, in linea con quanto deciso dall'Eurogruppo a giugno, perchè "contribuirebbe a stabilizzare l'area euro senza peraltro comportare la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario".

Il Movimento Cinque Stelle - rappresentato al tavolo oltre che da Di Maio anche dai rappresentanti in commissione finanze - e Leu hanno invece sostenuto che questa possibilità, al punto da prefigurare il rischio di una sorta di 'commissariamento' dello Stato. Di piu': hanno paventato il rischio per l'Italia di finire in una sorta di limbo finanziario, di serie B dei paesi europei.

Pertanto hanno chiesto al Governo di fermarsi, di non sottoscrivere una riforma che sarebbe peggiorativa.

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