Negozi chiusi la Domenica: Di Maio prepara la nuova crociata

Il leader del Movimento 5 stelle ci riprova: dopo il nulla di fatto della proposta di legge scritta a quattro mani con la Lega, Di Maio rispolvera la battaglia per porre un freno alla liberalizzazione nel campo del commercio

Il leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio, ora riveste il ruolo di ministro degli esteri ma non passa occasione per ricordare il suo passato al dicastero del lavoro: così rivendicando il decreto dignità e il decreto riders annuncia la prossima battaglia del Movimento, ovvero porre un freno alla liberalizzazione nel campo del commercio che consente agli esercenti di tenere aperti i negozi anche la domenica.

"Dobbiamo andare avanti come governo nella tutela delle persone che lavorano, come nel caso delle partite Iva e dei lavoratori dipendenti degli esercizi commerciali che, a causa delle liberalizzazioni, sono sprofondati nella giungla degli orari di apertura e chiusura, cercando invano di battere i centri commerciali, rimanendo aperti 12 ore al giorno e 7 giorni su 7".

Così scrive su Facebook il capo politico pentastellato ricordando che "ci sono sempre più 'riders' in ogni categoria, giovani e meno giovani senza orario di lavoro, persone senza 'diritto alla disconnessione', lavoratori che pur di lavorare sono disposti a non guadagnare, operai ricattati di essere sostituiti con una macchina, se non abbassano le loro pretese".

Pronta la replica della segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan che su twitter commenta: "È giusto regolare le aperture domenicali e festive dei centri commerciali per consentire a tanti lavoratori di stare con le proprie famiglie".

"Non esiste il diritto allo shopping anche il giorno di Natale o di Pasqua. Ma per la Cisl la soluzione è lasciare questa materia alla contrattazione tra aziende, sindacati, enti locali. Questa è la legge da fare".

Il sindacato dei rider: "Il decreto è insensato e pericoloso"

Lo stop alle libere apertura domenicali era il punto cardine di una proposta di legge finita nel cassetto nel febbraio scorso. Allora il relatore era il senatore leghista Andrea Dara ma il testo venne più volte stravolto e alla fine non se ne fece nulla.

Si tratta di un percorso ostico che vide opporsi Pd e Forza Italia così come il mondo della grande distribuzione.

Lo stop al testo spinse in particolare il Cobas ha lanciare pesanti accuse al governo Lega-M5s accusandolo di 'sudditanza' nei confronti dei colossi della grande distribuzione. Di contro il Codacons entrò a 'gamba tesa' sull'argomento rivolgendo un appallo alla Lega affinché abbandonasse definitivamente qualsiasi disegno di legge sulle chiusure dei negozi. Molte delle resistenze vertevano sul fattore di stop al commercio: secondo gli ultimi dati il fatturato complessivo dei giorni festivi rappresenta il 17% del totale per gli alimentari e il 22% per gli altri esercizi commerciali.

Ricordiamo che nel testo si prevedeva la possibilità per i negozi di restare aperti per un totale di 26 domeniche e 4 festività all'anno, affidando alle singole Regioni il compito di stabilire le giornate di chiusura. Inoltre si prevedeva l'istituzione di "zone turistiche" nelle quali gli esercenti potevano scegliere il periodo dell’anno in cui rimanere aperti, mentre nei comuni con più di 10mila abitanti potevano restare aperti la domenica i negozi fino a 250 mq. Deroghe erano state previste per pasticcerie, rosticcerie, gelaterie, fiorai, librerie e negozi di souvenir . 

Una stima sugli effetti è stata fatta dall'Istituto Cattaneo: secondo l'istituto di studi e ricerche bolognese, le chiusure domenicali e festive, con il 50% massimo di aperture, si tradurrebbe in un calo globale da 5 miliardi di euro della crescita del Paese, a cui si dovrebbe aggiungere la riduzione di circa 95mila posti di lavoro, per un monte retribuzioni minore di 2,3 miliardi di euro.

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