Caporalato, se una legge non basta: "Così usciamo dal modello padroni-schiavi"

Una pagella per le aziende per premiare e valorizzare quelle che rispetteranno al meglio cinque punti fondamentali anti-sfruttamento e a tutela del consumatore. "Lavoratori e consumatori liberi dalla morsa della criminalità": cosa prevede il progetto "No Cap"

Caporalato

Per combattere un 'male' nascosto e dilagante come il caporalato, non bastano le parole e probabilmente non basta neanche la legge 199 del 29 ottobre 2016. Serve un modello economico innovativo che cambi le 'regole del gioco', come quello del progetto 'No Cap', presentato il 6 giugno in una conferenza stampa tenutasi alla Camera dei Deputati. 

A presentare la rete internazionale anti caporalato è intervenuto Massimiliano Bernini, deputato del Movimento 5 Stelle della Commissione Agricoltura: “La cosiddetta legge anti caporalato sta iniziando a dare i suoi effetti sul piano dell’azione penale nei confronti di alcuni imprenditori e caporali. Resta ancora però da colmare il gap di un reclutamento sano dei lavoratori attraverso un sistema efficace di intermediazione tra domanda e offerta del lavoro agricolo sulla cui assenza nasce e si sviluppa il fenomeno del caporalato. Ad oggi infatti sono ancora inattuate quelle misure specifiche previste dalla legge come il potenziamento della ‘Rete del Lavoro Agricolo di Qualità' e la cabina di regia per la sperimentazione di strumenti per l’intermediazione lecita in agricoltura”.

Infatti, la legge colpisce questo fenomeno con delle punizioni, ma non risolve il problema che c'è alla base, come chiarito in conferenza stampa da Yvan Sagnet, presidente dell'associazione ‘No Cap’ e protagonista della rivolta di Nardò del 2011, episodio che mise in moto le dinamiche politiche che poi hanno portato alla legge anti caporalato. “Dobbiamo passare dalla protesta alla proposta – ha esordito in davanti ai giornalisti Sagnet – Il caporalato  è un fenomeno diffuso in tutta Italia e non riguarda soltanto il settore agricolo. Siamo di fronte ad un 'mostro' che prende vita come conseguenza del modello economico dettato dalla grande distribuzione, in cui gli imprenditori sono alla mercé del mercato e in cui i lavoratori diventano dei veri e propri schiavi, costretti a lavorare 18 ore al giorno per pochi euro”. 

“C'è bisogno di un modello alternativo sostenibile – ha aggiunto il presidente della 'No Cap' – in cui i lavoratori conservino la dignità e in cui i consumatori siano liberi di scegliere i prodotti migliori e che non sono frutto del caporalato”. 

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Ma come funziona il modello 'No Cap'? Ad entrare nello specifico è stato Angelo Consoli, Direttore Strategico ‘No Cap’, anche lui presente in conferenza stampa:  “Oltre alle leggi servono pratiche e modelli produttivi virtuosi e una filiera agricola etica, che si distacchino dal modello economico mondiale dominato dalla grande distribuzione. Il progetto ‘No Cap’ propone di tracciare e promuovere i prodotti etici, sia dal punto di vista sociale che ambientale, attraverso una ‘matrice multicriteri’ che mostri al consumatore il livello di rispetto, con un punteggio da uno a quattro, di cinque parametri: etica, energia, circolarità, valore aggiunto e filiera corta”.

Una sorta di 'pagella' per le aziende, che intende premiare e valorizzare quelle che rispetteranno al meglio i cinque punti fondamentali. “Gli attivisti ci segnaleranno le imprese da analizzare – ha aggiunto Consoli – con la speranza che le aziende che operano nella legalità possano essere d'esempio per le altre, creando così un nuovo sistema che non poggi più le sue basi sul caporalato e che renda imprenditori, lavoratori e consumatori liberi dalla morsa della criminalità, un po' come è successo con 'Addio pizzo'”. Il modello, di cui è possibile vedere un esempio, è ispirato alla matrice multicriteri ideata dall'ingegnere e attivista Marco Martens

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“L'obiettivo – conclude il deputato del Movimento 5 Stelle Massimiliano Bernini - è quello di creare un circuito di vendita alternativo attraverso le tante aziende agricole virtuose che vengono escluse dalla Grande Distribuzione Organizzata”. 

Intanto è possibile conoscere meglio il progetto 'No Cap' sul sito dell'associazione, dove è disponibile anche il decalogo ufficiale che prevede: rispetto per il lavoro, rispetto per l’ambiente e il paesaggio, rispetto per la salute dei cittadini, produzione di energia senza emissioni, finanziamento etico delle attività di impresa, ritorno alla filiera corta e locale, valorizzazione della trasformazione adozione di pratiche a rifiuti zero, promozione di nuove proposte turistiche e la filiera corta. 

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Un'iniziativa in fase di lancio che vuole risolvere il problema del caporalato alla radice, eliminando tutti quei fattori, per lo più economici, che hanno portato alla nascita di questo 'cancro' lavorativo. La speranza è che un nuovo modello economico sia attuabile, affinché qualsiasi  lavoratore, italiano o straniero che sia, possa lavorare con degli orari 'umani' e con una paga dignitosa. 

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