Grasso, Gentiloni, Minniti e Pisapia: la sinistra Pd scommette già sul dopo Renzi

Dopo la sconfitta nelle elezioni siciliane inizia a traballare la leadership del segretario Pd. In molti già pensano alle alternative da candidare per Palazzo Chigi. Ma lui non molla: “Sono mesi che provano a farmi fuori”

Il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi dialoga con Ettore Rosato durate una pausa della conferenza programmatica del PD nel Museo delle Ferrovie dello Stato di Pietrarsa a Portici (Napoli), 28 ottobre 2017. ANSA/CIRO FUSCO

Tempi duri per Matteo Renzi. Dopo la brutta figura del Pd alle regionarie siciliane, il segretario del Partito Democratico non se la sta passando proprio bene. La debacle della sinistra in Sicilia è stata sicuramente un duro colpo per l'ex premier e i suoi seguaci, ma siccome i guai non vengono mai da soli, arrivano anche le prime frizioni interne al partito, tanto da far uscire i nomi di possibili candidati alternativi a Renzi per le prossime elezioni politiche

Rosato: “Gentiloni spendibile”

Il primo possibile 'avversario interno' dell'ex sindaco di Firenze è senza dubbio l'attuale presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, come sostiene Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera : "Abbiamo Paolo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile. Ce ne sono tanti di nomi spendibili e Renzi lo ha detto chiaramente a Napoli: lavoro per portare il Pd a Palazzo Chigi e non per portare Matteo Renzi. Abbiamo bisogno dell'alleanza più ampia possibile, con un programma concordato”.

“Nel nostro partito – ha concluso Rosato - ci sono per fortuna più personalità capaci di assumersi grandi responsabilità. Gentiloni è sicuramente una di queste, lo dimostra con il suo lavoro. Il candidato del Pd resta Renzi, legittimato dalle primarie. Siamo per costruire squadra ampia e programma condiviso. Per questo resta un invito aperto, sincero e pressante a tutta la sinistra a lavorare insieme per non lasciare il paese in balia di Salvini e Grillo". 

Zanda: “Matteo pensaci, due ruoli sono troppi”

Non fa nomi Luigi Zanda, presidente di senatori del Pd, ma anche lui mette in discussione la posizione di Renzi, a cui però non imputa le colpe della sconfitta in Sicilia. In un'intervista a Repubblica, Zanda consiglia al segretario del Pd di scegliere tra i due ruoli: “Io non sono mai stato renziano, ma il nostro Statuto prevede che segretario e candidato premier siano la stessa persona. Solo Renzi può spezzare questo legame. Lo ha fatto un anno fa con Gentiloni e ha funzionato, ha fatto bene al partito, al Paese e a Renzi stesso. Se vuole scindere le due figure Renzi lo può fare ancora. E' Renzi e solo Renzi che deve valutare se in questa fase convenga che lui sia segretario e anche candidato presidente. E' una decisione che assumerà un'importanza nazionale. Se il prossimo governo sarà di coalizione il presidente del consiglio dovrà essere indicato da tutti gli alleati". 

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Bersani lancia Grasso

Ma Gentiloni non è l'unico che potrebbe 'fare le scarpe' a Renzi. Secondo Pier Luigi Bersani, già ai ferri corti con il leader del Pd, c'è un altro nome in pole position: “Pietro Grasso leader del centrosinistra? Noi non si tiriamo nessuno per la giacchetta. Cerchiamo una persona che abbia un profilo civico e di sinistra… perciò andrebbe da dio!”. Bersani ha rilasciato il commento ai giornalisti a margine della Direzione nazionale di Mdp, aggiungendo anche: “L'incontro tra Grasso e Pisapia di ieri è un buon segno”.

Chi sta dalla parte di Renzi

Oltre ai nomi di Grasso e Gentiloni, tra le proposte possibili ci sono anche Pisapia e Minniti, ma nel Pd ci sono anche esponenti che continuano a schierarsi dalla parte di Renzi. Uno di questi è l ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che in un'intervista al Corriere della Sera ha spiegato come il suo obiettivo sia evitare una resa dei conti interna al partito: “Non avrebbe senso e non ci sarà. Credo sia necessario trovare un minimo comun denominatore tra centristi, Pd e sinistra di governo: insieme potremo essere competitivi, divisi saremo colpevoli. C'è bisogno di una nuova alleanza”. Sulla stessa scia di Franceschini anche l'ex ministro Arturo Parisi e il portavoce del Pd Matteo Richetti, entrambi d'accordo su un punto: “Renzi non si tocca”.

Renzi: “Io non mollo”

E il buon Matteo cosa fa in questo marasma? Il leader del Pd non sembra avere alcuna intenzione di cedere il passo, come affermato da lui stesso sulla sua enews: “Se me ne andassi si sistemerebbero tutti i problemi? Anche questa non è una novità, visto che hanno studiato vari modi per dirmelo: le prove false di Consip, la polemiche sulle banche, le accuse sulla mancata crescita, i numeri sbagliati sulle tasse e sul Jobs Act. In tutti i casi è bastato dare tempo al tempo e la verità è emersa, o sta emergendo, limpida. Dire che il problema sono io per il voto in Sicilia si colloca nello stesso filone: utilizzare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo. Che poi è l’obiettivo di chi è contro di noi”.

Nelle risposte alle domande arrivate via mail, Renzi svaria su più temi, parlando anche dello duello tv saltato con Di Maio, fino agli obiettivi per la prossime elezioni: “Non a caso Di Maio rinuncia al confronto, non a caso Berlusconi per prima cosa attacca me e il Pd. Perché entrambi sanno che alle elezioni, se il Pd fa il Pd e smette di litigare al proprio interno, possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio, la percentuale che abbiamo preso nelle due volte in cui io ho guidato la campagna elettorale: il 40%, raggiunto sia alle Europee che al Referendum. Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta”. 

“I cinque Stelle in Sicilia hanno perso”

Tra i quesiti selezionati dal premier ce n'è anche uno sulle elezioni in Sicilia, in cui ha trionfato il centrodestra, anche se per molti i veri vincitori sono i pentastellati: “ I Cinque Stelle hanno perso in Sicilia. Ma tutti i commenti che leggete sui giornali e vedete in tv sono commenti già preparati da tempo che non fanno i conti con i numeri reali".

"Il Movimento 5 stelle aveva preso alle Politiche del 2013 in Sicilia il 33% e a livello nazionale il 25% - ha proseguito Renzi - La Sicilia era stata dunque la loro Toscana, il loro bacino di voti più forte. Erano andati meglio che altrove. Oggi hanno preso il 26% in Sicilia, dopo che tutti i sondaggi li davano ampiamente sopra il 30% (sono sempre sovrastimati nei sondaggi, fateci caso). Il voto alla lista, al simbolo passa dal 33 al 26%: dunque hanno perso sette punti percentuali su base regionale, chissà a quanto sono davvero su base nazionale. Se a questo si aggiunge che Di Maio e Di Battista hanno passato quattro mesi in Sicilia, Grillo ha detto che era l`ultima spiaggia, hanno speso centinaia di migliaia di euro in questa campagna ci rendiamo conto che i Cinque Stelle hanno perso.

I dubbi su Musumeci

Ma Renzi non se la prende soltanto con i grillini, l'ex premier ha espresso anche diversi dubbi sulle qualità di Nello Musumeci, neo governatore della Sicilia, sostenuto dal trio di avversari politici composto da Berlusoni, Salvini e la Meloni: “Ha vinto la destra. Come accade sempre, da decenni, in Sicilia. E come molti immaginavano da mesi. Ha vinto Musumeci che per questa campagna elettorale ha fatto pace col suo avversario storico, Miccichè. La volta scorsa i due stavano in liste contrapposte e hanno fatto il 44%. Oggi stavano insieme e hanno fatto il 40%. Hanno vinto loro, tanto di cappello. Punto”.

“Buon lavoro – conclude – al nuovo Presidente Nello Musumeci. Non condivido una virgola della sua storia e del suo curriculum. Ma ha vinto, ha vinto nettamente e gli faccio i migliori auguri perché riesca a governare bene la Sicilia. Dirò di più: spero che ci riesca perché prima vengono i cittadini, poi gli schieramenti. Ne dubito, per la compagnia di giro che ha, ma glielo auguro. E lo auguro ai siciliani”. 

Riparte il treno del Pd

Intanto domani riparte il treno del Pd, che si metterà in moto a Trieste per toccare il Friuli Venezia Giulia, parte del Veneto e dell'Emilia Romagna. Un viaggio che è un po' una metafora del Pd, sarà Renzi il capotreno ha capire chi far salire e chi no sul convoglio che porta alle elezioni politiche del 2018. Magari lasciando a  piedi quelli che vorrebbero un nuovo candidato premier per il Partito Democratico.

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