Caso Riccardi, il Pdl chiede la sfiducia

Dopo le frasi di ieri sera contro Alfano, 46 senatori berlusconiani vogliono le dimissioni del ministro. Monti avverte "non si allarghi lo spread tra i partiti"

"Alfano voleva solo creare il caso, vogliono solo strumentalizzare ed è la cosa che mi fa più schifo della politica. Ma quei tempi sono finiti". Firmato, Andrea Riccardi, ministro della Cooperazione. Una frase, ieri sera a margine dell'inaugurazione di una mostra al Senato, pronunciata ai ministri Paola Severino (Giustizia) e Renato Balduzzi (Sanità) sul mancato vertice tra Monti e i partiti, ed è il caos.

Riccardi si scusa immediatamente, spiegando che "si è trattato di battute, estrapolate nel corso di una conversazione informale e non riportate nella loro interezza" ribadendo la sua stima nei confronti del delfino di Berlusconi: "ho sempre avuto con l'on.Alfano un rapporto cordiale e sincero".

Ma il gruppo del Pdl al Senato non ci sta e suona la carica. In testa, l'ex ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma che raccoglie le firme di 45 senatori per presentare una mozione di sfiducia nei confronti di Andrea Riccardi. 

"All'indomani delle esternazioni di Riccardi - si legge nella lettera inviata al presidente del gruppo Maurizio Gasparri - a dir poco scomposte e sguaiate, ci sembra che il ricorso alla mozione individuale di sfiducia nei suoi confronti sia diventato gesto necessario ed urgente".  Gasparri frena. Prova a ricomporre lo strappo. Con lui, il senatore Gaetano Quagliariello. 

Il premier Monti da Belgrado, nel corso della conferenza stampa a margine del summit con il governo serbo, cerca di chiudere la questione con una battuta: "ora che si va restringendo lo spread tra Italia e Germania, l'auspicio è che non si allarghi lo spread tra i partiti politici che sostengono il governo". Un'eventualità, avverte Monti, "che potrebbe intralciare le politiche di risanamento e bilancio del nostro paese". 

Il segretario del Pd Bersani, tornando sull'argomento, attacca il suo collega del Pdl: "io al prossimo incontro con il premier ci andrò, e parlerò di tutto. Ma sia ben chiaro che non accetto esclusione di temi". Dello stesso avviso Pier Ferdinando Casini (Udc): "quando il premier ci chiama, noi abbiamo il dovere di rispondere come segno di solidarietà e di sostegno".

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Una presa di posizione che, considerando le difficoltà del Pdl sui temi Rai e giustizia, suona come un avvertimento

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