I terroristi "rossi" fuggiti all'estero (e ancora latitanti)

Non solo Battisti: quanti sono (e dove sarebbero) i terroristi "rossi" italiani scappati all'estero. Tra loro anche Alessio Casimirri, brigatista condannato in via definitiva per il sequestro Moro

L'ex dirigente di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani in una foto di archivio Ansa

Non solo Cesare Battisti. Oltre all'ex membro dei Proletari armati per il comunismo catturato in Bolivia mentre camminava in strada a Santa Cruz de La Sierra (qui il video), sono circa una cinquantina i terroristi "rossi" italiani fuggiti all'estero e ancora latitanti, secondo i dati forniti all'AdnKronos dal Crst, il Centro ricerca sicurezza e terrorismo diretto da Ranieri Razzante. Fra loro figurano diverse figure di spicco delle Brigate Rosse e di Prima Linea, Ncc (Nucleo comunisti combattenti), Potere Operaio, Lotta Continua, Autonomia Operaia.

Una trentina di latitanti sono in Francia, il resto si divide tra Nicaragua, Brasile, Argentina, Cuba, Libia, Angola, Algeria. Le loro biografie sono contenute in un volume che la Direzione centrale della polizia criminale tiene costantemente aggiornato. Tra i nomi più significativi c'è quello di Giorgio Pietrostefani, fondatore con Adriano Sofri di Lotta Continua, condannato a 22 anni per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi (del quale si dichiara innocente). Pietrostefani, già residente in Francia, tornò volontariamente per il processo e fu arrestato nel 1997. Scarcerato nel 1999 per la revisione del processo e condannato ancora nel 2000, per sottrarsi all'esecuzione della condanna definitiva si è rifugiato nuovamente in Francia.

La Francia e i terroristi rossi italiani: cos'è la "dottrina Mitterrand"

Decine di ricercati per fatti di terrorismo hanno potuto trovare ospitalità in Francia per effetto della cosiddetta "dottrina Mitterrand", abrogata di fatto solo agli inizi del nuovo millennio, secondo cui il Paese transalpino poteva valutare la possibilità di non concedere l'estradizione nel caso di richieste provenienti da Paesi "il cui sistema giudiziario non corrisponda all'idea che Parigi ha delle libertà", a patto che i destinatari non fossero ricercati per atti diretti contro lo Stato francese e avessero rinunciato a ogni forma di violenza politica. La Francia in questi anni ha quindi dato ospitalità a decine di terroristi rossi in fuga. Tra questi le ex brigatiste Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, entrambe condannate all'ergastolo nel processo Moro ter e chiamate in causa anche per i delitti D'Antona e Biagi.

Cesare Battisti arrestato, "pacchia finita": cosa succede ora con l'estradizione 

Ha trovato rifugio in Francia anche Sergio Tornaghi, 60 anni, milanese, ex brigatista condannato all'ergastolo per partecipazione a banda armata e destinatario di un mandato di cattura internazionale. Tornaghi era esponente della colonna brigatista milanese 'Walter Alasia'. Nel nord della Francia si troverebbe anche Giovanni Alimonti, leader delle Br-Pcc condannato a 22 anni al processo Moro ter. In Francia anche Giancarlo Santilli, ex militante di Prima Linea su cui grava una condanna a 19 anni. Stesso rifugio transalpino per Marina Petrella, condannata all'ergastolo per omicidio, che si è vista riconoscere dalla Francia lo status di rifugiato politico e ha così potuto evitare di scontare la pena detentiva.

Alessio Casimirri in Nicaragua: fu condannato per il sequestro Moro

Si trova invece in Nicaragua Alessio Casimirri, ex brigatista rosso condannato in via definitiva per il sequestro Moro. Casimirri faceva parte del commando che il 16 marzo 1978 colpì in via Fani a Roma uccidendo gli uomini della scorta dell’ex presidente della Democrazia cristiana. Casimirri è stato condannato in contumacia a sei ergastoli. All'estero anche Alvaro Lojacono, brigatista italiano anch'egli coinvolto nell'agguato di via Fani, che negli anni scorsi è espatriato in Algeria, in Brasile e poi in Svizzera. Non è estradabile perché ha acquisito la cittadinanza elvetica.

L'Italia s'è persa un brigatista: sequestrò Moro, vive rifugiato in Nicaragua dal 1983

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Un'immagine d'archivio, datata 1988, di Alessio Casimirri. ANSA/ARCHIVIO

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