Titolo V della Costituzione: cos'è e cosa cambia con la riforma

Il prossimo 4 dicembre con il voto sul referendum gli italiani decideranno anche sulla revisione del Titolo V della Costituzione, ovvero la parte che regolamenta i rapporti con le autonomie locali. La riforma voluta da Renzi riduce drasticamente il potere delle Regioni e ridisegna in senso centralista l'architettura dello Stato. Le cose da sapere

Tabellone elettronico della Camera dei Deputati con il risultato del voto finale del disegno di legge sulle Riforme Costituzionali, Roma, 12 Aprile 2016. Con 361 sì e 7 no l'Aula approva il ddl Boschi. Non hanno votato i deputati delle opposizioni, che hanno lasciato l'aula. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Il progetto di riforma costituzionale che sarà oggetto di referendum il prossimo 4 dicembre comprende anche la modifica del Titolo V della Costituzione, ovvero la parte che regolamenta i rapporti tra lo Stato centrale e le autonomie locali: comuni province e Regioni. Si tratta dell’argomento più complesso trattato dal ddl Boschi, e forse anche per questo uno dei meni conosciuti da chi si recherà alle urne. Il Titolo V della Costituzione è stato già oggetto di modifica nel 2001: le legge fu approvata in Parlamento grazie ai voti del centrosinistra e poi sottoposta a referendum confermativo il 7 ottobre 2001: gli italiani la approvarono con il 64,20% di voti validi. 

La riforma si proponeva di riformare l’apparato dello Stato in senso federalista: alle Regioni vennero affidate molte competenze riservate fino ad allora allo Stato, senza però "un parallelo aumento della loro autonomia fiscale, sicché ogni ente si è trovato a poter incrementare le spese senza dover pagare alcun prezzo politico in termini di inasprimento delle tasse locali" (Luca Ricolfi).

Detto in altre parole: la riforma del Titolo V lasciava allo Stato l'onere di "fare cassa" per conto delle Regioni, ma dava a queste ultime piena autonomia in materia di spesa su un numero di materie sempre maggiore. Alle Regioni veniva inoltre concessa la facoltà di decidere autonomamente il numero dei consiglieri e degli assessori in carica, nonché i lori stipendi. 

Nel definire una serie di materie di "legislazione concorrente" tra Stato e Regioni, la riforma ha inoltre contribuito a creare numerosi contenziosi tra le autonomie locali e il governo centrale. 

Oggi quasi tutti gli addetti ai lavori concordano sul fatto che quella riforma si è rivelata un sostanziale fallimento: secondo uno studio della Cgia di Mestre nel decennio 2000-2010 le Regioni italiane hanno speso 89 miliardi in più con una crescita del 74,6% "imputabile, in particolar modo, al nuovo ruolo istituzionale e alle nuove competenze assunte con la Riforma del Titolo V della Costituzione".

In questo contesto è nato il ddl Boschi, una riforma che detta in termini molto semplici centralizza alcune delle competenze che lo Stato aveva delegato alle Regioni. Il ddl mette inoltre dei paletti all’autonomia fiscale delle autonomie locali e stabilisce un tetto agli emolumenti dei consiglieri regionali. Vediamo nel dettaglio cosa prevede.  

Riforma Titolo V Ansa (1)-2

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