Appello revoca fallimento, ma ormai l'azienda è sul lastrico: "Stato nemico delle imprese"

La protesta di un imprenditore davanti al tribunale di Ancona

L'imprenditore Giuseppe Fagone protesta davanti al tribunale di Ancona

"In Italia non esiste il diritto d’impresa e lo Stato è nemico delle aziende. La mia vita è finita, la mia azienda è morta, me ne andrò dall’Italia". Giuseppe Fagone è l'amministratore unico della società fallita Elio C4 Srl di Falconara, azienda che si occupa di commercio all'ingrosso di alimentari, e ieri mattina ha protestato davanti al tribunale di Ancona, distribuendo volantini che riassumevano la sua vicenda giudiziaria, chiedendo a gran voce la restituzione dell’attività. I giudici di primo grado avevano dichiarato il fallimento dell'azienda, che era stata sequestrata e bloccata. Poi però la sentenza è stata ribaltata in appello, con la revoca del fallimento. Ma ormai la ditta è sul lastrico, con un fatturato fermo, una competitività di mercato distrutta, profitto azzerato e dipendenti senza stipendio da mesi.

E' Stefano Pagliarini su AnconaToday a raccontare la sua storia. L'imprenditore, attraverso l’avvocato Giuseppe Novara del foro di Milano, ha denunciato i giudici anconetani della sezione civile-fallimenti e i curatori fallimentari per abuso d’ufficio e calunnia, depositando una querela al tribunale de L’Aquila, competente per procedimenti  a carico della magistratura anconetana.

Appello revoca il fallimento della sua azienda, ma ormai la ditta è sul lastrico: imprenditore protesta ad Ancona

Il caso nasce da una fornitura contesa nel 2015, quando un'azienda di Ravenna ordina alla Elio una fornitura di bottiglie di birra da rivendere in Cina per un totale di 25mila euro. Carico mai consegnato. Per la Elio è la ditta romagnola a non ritirare mai la merce, mentre per quest’ultima è la Elio a mancare la consegna. Così, oltre ad una causa civile per riottenere il credito al tribunale di Ravenna, la ditta ravennate fa istanza di fallimento verso la Elio. Pretesa accolta dal tribunale civile di Ancona che, nel luglio scorso, dichiara fallita la Elio C4 Srl di Falconara. Fine dell’attività imprenditoriale. I curatori fallimentari entrano nella ditta anconetana e congelano tutto, compresa, per errore, l’auto dell’avvocato Novara, che ha poi dovuto fare istanza al giudice per riavere indietro la macchina. Alla fine ditta ferma e 14 dipendenti, tra impiegati e agenti di vendita, senza più un lavoro e uno stipendio.

Secondo i giudici, l’attività di Fagone è fallita per uno stato conclamato di insolvenza. Cosa significa? Che la ditta non avrebbe avuto il capitale necessario per pagare i costi di azienda e al contempo coprire tutti i debiti. “Tanto dall’ultimo bilancio approvato... quanto dalla situazione patrimoniale..., emerge infatti la mancanza di liquidità necessaria”, si legge nella sentenza di primo grado, dove i giudici mettono in discussione un aumento di capitale da 20mila a 230mila euro: “Costituisce un mero dato contabile” perché si sarebbe trattato “non di erogazione di liquidità, ma di mero mutamento di estinzione di un conto già presente a bilancio”. In più, sempre nella sentenza con cui è stata dichiarata fallita la ditta di Fagone, i giudici riscontrano anche come “nei confronti dell’Erario sussistono inadempimenti”.

Il ricorso dell'imprenditore e le memorie della difesa

Nulla di tutto ciò sarebbe stato vero per Fagone e l’avvocato Novara, che hanno fatto ricorso alla Corte d’Appello delle Marche, documentando una ditta con un fatturato di oltre un milione di euro nel 2019, con un capitale sociale di 200mila euro, una società con zero debiti e merci a magazzino per circa 300mila euro, interamente pagate. Le stesse merci di magazzino di cui i giudici parlano quando dicono che: “Vero è che l’attivo risulta indicato in euro 504.628,00, ma esso è costituito per la quasi totalità da rimanenze di magazzino”, come se fossero beni svalutati o non fossero della vera ricchezza dell’impresa. E i rapporti con l’erario? Secondo la difesa, la sentenza arriva addirittura a smentire se stessa quando, da una parte, si legge che “non risultano violazioni gravi relative all’obbligo di pagamento di imposte e tasse certe”, dall’altra, che “anche nei confronti dell’Erario sussistono inadempimenti”.

Si arriva così alla decisione della Corte d'Appello. Le memorie difensive hanno pesato di fronte ai giudici di secondo grado che, alla fine, a novembre, hanno revocato il fallimento. Infatti l’insolvenza, come incapacità dell’imprenditore di far fronte a uno o più debiti, “non emerge, a fronte delle scorte di magazzino… in quanto i debiti risultano inferiori al valore delle scorte… dal bilancio 2018 risultano crediti esigibili… inoltre il rapporto tra costi e ricavi rivela una gestione aziendale secondo criteri di economicità e il bilancio apposta anche utili di esercizio pari ad euro 8.112,00”. 

Fonte: AnconaToday →

In Evidenza

Più letti della settimana

Potrebbe interessarti

Torna su
Today è in caricamento