Coronavirus meno letale nelle città più calde: la nuova scoperta

Studio sul Journal of Translation Medicine: "Le misure di allontanamento sociale hanno maggiore successo in presenza di una temperatura media giornaliera più elevata nel ridurre il tasso di mortalità correlato a Covid-19 e un alto livello di densità di popolazione sembra avere un impatto negativo sull'effetto delle misure di blocco". L'anticipazione di Avvenire

Foto archivio Ansa

Il caldo fa male al coronavirus, ci sono sempre più indicazioni in tal senso. I contagi virali sono più efficienti con il freddo e il clima secco. L’epidemia di Sars, nel 2003, si arrestò in maniera netta con la bella stagione. L’International Journal of Environmental Research ha pubblicato negli scorsi mesi il parallelo fra i fattori ambientali delle due epidemie: nell’aprile 2003 la Sars inizia a frenare. In luglio l’epidemia è contenuta. Ci si augura che possa accadere lo stesso. L’organismo inoltre con il caldo si difende molto meglio dalle infezioni delle vie aeree.

Vanno nella stessa direzione anche i risultati della ricerca su “Correlazione tra temperature medie giornaliere e tasso di mortalità correlato a Covid-19 in diverse aree geografiche”. Gli autori sono Francesca Benedetti, Maria Pachetti, Bruna Marini, Rudy Ippodrino, Robert C. Gallo, Massimo Ciccozzi e Davide Zella, la ricerca è pubblicata sul Journal of Translation Medicine (preprint in corso di review). Ad anticiparla è oggi Avvenire. Nelle città più calde il nuovo coronavirus sarebbe meno letale: secondo lo studio c'è "una forte correlazione inversa statisticamente significativa tra le alte temperature mensili medie con il numero di decessi".

Secondo i ricercatori e gli scienziati "le misure di allontanamento sociale hanno maggiore successo in presenza di una temperatura media giornaliera più elevata nel ridurre il tasso di mortalità correlato a Covid-19 e un alto livello di densità di popolazione sembra avere un impatto negativo sull'effetto delle misure di blocco".

I ricercatori, studiando l’evoluzione della pandemia in città statunitensi ed europee, hanno osservato che "nelle aree situate sopra il 40° parallelo il numero di morti aumenta significativamente" rispetto alle aree situate sotto al di sotto.


La Sars iniziò a diffondersi in Asia nel 2002 e a luglio 2003 fece quasi perdere le proprie tracce. Ma quel virus infettò circa 8.000 persone e ne uccise meno di mille. Oggi siamo nel pieno di una pandemia con numeri totalmente diversi. Situazioni che secondo qualcuno non sono quindi paragonabili. Il Sars–CoV–2 si adatta all’uomo per sopravvivere, e fino al vaccino non sarà possibile scrivere la parola fine all'emergenza. Che il virus "soffra il caldo" almeno parzialmente è una certezza, ma resta da capire se davvero le variazioni del clima avranno un ruolo importante nella prima ondata di Covid-19.

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Fonte: Avvenire →

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